Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Materia solida, una scelta di peso!

La materia solida può essere impari sfida tra l’alchimista e il mondo bruto o testimonianza corruttibile di un tempo rigeneratore che tutto trasforma.

Quattro secoli sono solo un soffio anche nella storia dell’arte e per questo che, per ragionare sui “gravi”, partiamo da un’opera del 1583 molto più contemporanea di quanto non si possa immaginare. Non è pittura, che il più delle volte sostituiva la voglia di scattarsi un selfie con i mezzi del proprio tempo, bensì un meccanismo: l’orologio astronomico della gran torre di Cremona. Perché ragionare su questo intricato complesso di ruote dentate e alberi di trasmissione? Per comprendere il significato della scelta, nell’infinito e concreto mondo fisico in cui ci muoviamo, di astrarre una parte e renderla fulcro di un ragionamento che può essere matematico o semplicemente estetico: in entrambi i casi dall’indifferenziato della materia ecco che un frammento si distacca e assume un significato, un’importanza relazionale.

Il Torrazzo, come tutti ormai lo chiamano, è una scatola di mattoni a doppia canna: cioè sono due torri, sul medesimo asse e fra le due corre e s’inerpica una scala. È la più alta d’Italia, orgoglio medievale, e nella parte bassa – per essere visibile – porta un grande orologio che si muove al ritmo della terra segnando le ore, al ritmo del sole compiendo in un anno un giro completo sul quadrante e a quello diafano della luna, segnando fasi calanti e crescenti. Poi vi è la suggestione dall’oriente, il drago imperiale che indica le eclissi quando si allineano le altre lancette. Il campanile asse cosmico riflette concretamente i moti dell’universo, è un meccanismo di relazione, una scultura gigante. Il temperatore, invece, è quell’uomo che ogni giorno – armato di un attrezzo di metallo – carica l’intera macchina astronomica e la tiene allineata con il ritmo del cosmo.

Qui sta il punto dell’intera narrazione, la chiave della nostra riflessione: è il meccanismo, l’opera d’arte? O l’atto quotidiano del temperatore? O qualcosa di nascosto, fondamentale ma a tutti sconosciuto? Dentro la torre interna c’è un pezzo di marmo – sembra un avanzo di colonna – appeso al meccanismo, lo attiva scendendo lentamente verso il pavimento, nella stanza di sotto. È il “grave” cioè quel blocco di materia solida apparentemente libero di scorrere verso terra, nell’abbraccio silenzioso della forza di gravità. Il frammento trattenuto dal cadere, alzato ogni giorno e continuamente chiamato verso il basso muove l’intero meccanismo e svela i giorni, le eclissi, lo zodiaco e le stagioni. La materia solida, quindi, non va intesa banalmente come uno stato di attrazione molecolare: non è la descrizione di situazione oggettiva ma una funzione della conoscenza. L’arte, su questo, s’interroga da molto tempo e in particolare lo fa ancor più oggi, perché libera dalla necessità di rappresentare o di trasmettere un sistema di valori.

La materia solida, elemento di relazione strappato alla banalità del fluire, sarà analizzata attraverso alcune opere di una mostra legata al bosco e al silenzio, di una collezione immersa nel reticolo produttivo di un’azienda vitivinicola lombarda e poi con lo sguardo rivolto all’Oriente contemporaneo. “La Sicilia fredda” è un evento organizzato da Sicani Creative Festival e Fondazioni Orestiadi di Gibellina: ha trovato spazio e nutrimento nella legnaia dell’Eremo di Santa Rosalia alla Quisquina, nell’entroterra dell’isola che è, per tradizione non solo climatica, freddo dentro cioè chiuso, capace di speranze ma anche severo e ostinato, resistente di fronte allo sforzo, al gelo, all’inverno, alla penuria. La materia qui è il legno, prezioso e da non sprecare centellinando ogni piccola fiamma o brace che se ne possa ricavare. Negli stessi locali – era il 1987 – Achille Bonito Oliva organizzava un’esposizione di Alfonso Leto ed è proprio con lui che iniziamo questo viaggio virtuale.

La materia è prima di tutto un’esperienza e la sua solidità può avere infinite declinazioni. Può essere un contenuto, un peso specifico, che fa sentire la propria densità culturale perché un colore, ad esempio il nero, si carica di significati che vanno oltre la percezione visiva. Nell’“Ex voto – A Kasimir Malevitc e Federico Panepinto” di Alfonso Leto il quadrato e la mancanza di luce al suo interno aprono uno spazio che schiaccia o comunque grava sui chierici ostensori, sull’intera raffigurazione, sull’arte in generale perché rappresenta il contraltare del mondo visibile, del tempo e della storia cui oppone la propria stabilità. È una solidità non fisica ma altrettanto concreta, è libertà del pensiero e dell’immaginazione. Dobbiamo accettare l’idea che stabilità e assenza di vincoli, non solo possano convivere, ma siano addirittura necessari l’una all’altra.

Talvolta è solido ciò che appare, perché la nostra esperienza ci rassicura. “Il sogno di Giacobbe” di Bruno Pistorio ha questa qualità: si rende solida agli occhi della mente; sovrapporre sedie reali avrebbe creato una torre instabile, mentre questa sviluppa una premessa logica e può arrivare fino a Dio. Un elemento è posto sull’altro, all’infinito, così da permettere agli angeli di unire terra e cielo.

“Inverno” di Giuseppe Agnello trasforma ciò che per sua natura flessibile in materia solida, nella scultura polimaterica fatta di legno, tessuto e resine cattura la leggerezza e la usa per contrasto. Non c’è movimento ma una complessiva rigidità: i rami non danzano, le veste fatte di stracci restano ferme, così come le carni che sembrano farsi cuoio. L’essere solido diventa un’emozione, è il gelo che sta dentro e si espande implacabile nell’inverno senza fine della miseria.

Anche Salvatore Rizzuti evidenzia nella solidità un aspetto emotivo: “Melancholia” evoca un corpo ma, di fatto, è un’anima. Non è una forma fatta di materia come potrebbe sembrare a un primo sguardo, non si atteggia a un abbandono scorato, a una riflessione intima velata di pessimismo. È corpo di un gigante, è legno nodoso, spoglia di una vita secolare; legno che ricorda il proprio essere stato vivo, capace di fiorire di dar frutto, di bere dopo le piogge d’autunno dalla terra ancora riarsa. Assume la forma di un’emozione, si fa corpo senza dimenticare d’essere stata pianta. La materia è intrisa di ricordi, psicologicamente solida perché è traccia di una storia organica, fisicamente vissuta, tra sofferenza e volontà di sopravvivere.

Bronzo, legno e video in un dispositivo smart: sono questi gli elementi che Domenico Militello compone in “Frammenti”. Il dispositivo è a propria volta materia solida, così come il volto che lo scultore – fine ritrattista – avrà fissato scavando nella propria esperienza. Il video è un rimando, una scatola di ricordi; anche il volto – alla fine – si riduce a essere un contenitore d’immagini del passato: l’identità si forma vivendo per poi disperdersi improvvisamente, con la morte. La materia contiene, preserva, si fa capsula del tempo.

Oppure, così è l’argilla cotta del messicano Juan Esperanza, l’individualità si perde per trasformare il singolo nel modulo costitutivo del clan, del popolo, della collettività, cioè dell’umanità tutta senza limiti temporali. Il collettivo torna ad avere una forma elementare e stabile, a essere sfera, come un banco di pesci, uno stormo d’uccelli. “Paesaggio estivo” è il momento dell’uomo su cui la luce passa mettendolo prima in risalto e poi destinandolo all’ombra completa. Il solido, attraverso la luce e il tempo, torna a essere strumento di relazione, tra il nostro tempo e quello del cosmo.

“Comodino” di Carmelo Nicotra rimanda ai bisogni fondamentali trasformando un oggetto quotidiano nella sintesi della vita d’ognuno: il riposo, la necessità di tenere vicino – chiusi e nascosti – gli oggetti più cari e preziosi, più importanti e intimi. Nel comodino si ripongono il portafogli e l’orologio, il libro delle preghiere e le scatole dei medicinali, il pettine e i contraccettivi: l’intera vita, la normalità. È l’unico mobile che anche l’ospedale lascia al moribondo, ma qui diviene casa, laterizio, scrigno impenetrabile eppure leggero, inutilizzabile eppure logico. L’estremizzazione dei piccoli innocenti segreti che ci danno il conforto e un’intima, genuina, sicurezza.

Infine il “Respiro” di Lorenzo Reina, l’artista che sui Monti Sicani ha creato il Teatro Andromeda. È un piccolo cubo, forma solida per eccellenza, di circa due spanne per spigolo: sessanta centimetri; eppure contiene la quintessenza della nostra riflessione. Pietra, piombo, cera vergine, acqua e vetro per raccontare che la solidità è una percezione di sicurezza, capace di contenere uno spazio acqueo e indefinito di emozioni che affiorano. La pietra non ha la geologica e imponente ovvietà della natura: è invece un gioco d’incastri, il riflesso della nostra anima in cui si affaccia il passato; è un tumulto di sensazioni molto più vivo della mera esperienza visiva.

Ci apprestiamo a lasciare l’Eremo di Quisquina, con i suoi boschi, le valli ventose, il convento ormai vuoto, la legnaia trasformata in una Wunderkammer dell’estetica contemporanea. Cosa ci ha insegnato questa riflessione? Che la materia solida è una percezione, che passa prima ancora nella mente che attraverso le mani: è stabile perché così ci rassicura la nostra esperienza, è grave perché visivamente trascina verso il basso o deforma e stira ciò che gli sta attorno, è concreta ma allo stesso tempo intrisa di ricordi e costituita da infinite tracce del tempo. È stabile perché rende consapevoli della fluidità di quanto, ci sta attorno: su di lei scivola il tempo, evidenziandosi attraverso il sorgere e il declinare della luce; attorno a lei la trasparenza diventa lontananza fisica ed emotiva; attraverso di lei possiamo fisicamente sentire – e quindi dominare con la mente – la progressione del moto universale.

Spostiamoci ora in terra lombarda, a Erbusco, dove esiste una collezione d’arte contemporanea voluta da chi – per vocazione – trasforma la terra concreta in un frutto succoso e poi l’acino d’autunno in una bevanda leggera e inebriante. Lo sguardo è sull’azienda vitivinicola Ca’ del Bosco, la collezione nasce per volontà di Maurizio Zanella, i colli vitati sono – ovviamente – in Franciacorta. Il concetto di materia solida, col suo essere aggettivo, sottintende la possibilità di cambiare stato, di mutare se non di evolvere. Una condizione che profuma di alchimia: fa eco alla materia corrotta e a tutti i metalli che portano in sé l’anelito a trasformarsi in oro tornando così alla perfezione delle origini. Abbiamo già veduto in “Respiro” di Lorenzo Reina quanta suggestione e forza sprigionino l’accostamento fra i due stati. A Erbusco, invece, possiamo confrontarci con la forma più moderna dell’alchimia: dalla terra alla sua essenza. Le opere della collezione nascono proprio per valorizzare e riflettere sulle potenzialità della materia, sentita come viva, capace di dare frutto.

“Zolla Natura” di Bertozzi&Casoni è ceramica che diventa scultura dipinta, come nei magistrali gruppi sacri medievali. In questo caso il volume, anzi lo spazio visivamente occupato, integra l’altro stato della materia: quello gassoso, l’aria in cui l’intera composizione si estende. Fissa il ricordo, l’esperienza del suolo, il passaggio delle primavere, la traccia evidente del lavoro umano e racconta così l’universo agricolo, fatto di attese stagionali e sapienze tramandate.

Anche il “Cancello solare” di Arnaldo Pomodoro, sontuosa scultura bronzea a doppio battente, rimanda a qualcos’altro che è ben distante dalla sua solidità. Nell’accogliere il visitatore alla Cantina, il cancello si apre e la raggiera di punte ostende con un gesto sacro la terra coltivata, ancora pregna di luce e calore. E’ la materia nata dall’aria, il carbonio estratto dalla fotosintesi, il pampino, il tralcio, il viticcio che si espone alla vista incorniciato dalla lucentezza del metallo; torna così a essere sole radioso, che la terra restituisce al cielo.

Materia solida intrisa di ricordo è invece “Testimone” la fusione di bronzo, opera di Mimmo Paladino, che mantiene la ruvidezza porosa del tufo – sostanza delle origini – mentre il soggetto svela la propria fragile nudità emotiva. Nella mano il vero volto, sulle spalle una faccia senza rilievo che sembra esprimere se non paura, sgomento. Un corpo paludato, una retta verticale che segna – con un dislivello appena accennato – i due lembi di una forma quasi organica: un bocciolo pronto a schiudersi, pronto, improvvisamente, a fiorire.

All’esterno primeggia “Eroi di luce”, la scultura di marmo bianco di Carrara realizzata da Igor Mitoraj. Un corpo che ne contiene un altro, l’ipotetico frammento di una statua colossale che svela la possibilità di essere a propria volta materia grezza. L’arte di Mitoraj è il momento fisico in cui un flusso di ricordi, un’estetica, la consapevolezza di appartenere a un’identità culturale, si cristallizza e dà forma alla materia. È un riflesso del pensiero e quindi – in ogni stadio – contiene tutto il pregresso, come il marmo che nella propria grana è ancora conchiglia primordiale, così il vino di questa terra, allo stesso tempo morenica e calcarea.

“Elogio dell’ombra” di Bruno Romeda è un bronzo, materia solida e resistente al tempo, ma non occupa lo spazio: lo definisce. È il concretarsi di un pensiero, come in Mitoraj, ma si esprime attraverso la forma geometrica che si articola nello spazio, lo taglia, lo inquadra. La geometria piana riflette il ragionare dell’uomo, s’inserisce nella natura ma non la rappresenta: è un fondamento di conoscenza, la palestra della mente prediletta nell’antichità classica. La materia dà evidenza al ragionamento, così come il vino esprime il territorio: entrambi appartengono alla natura ma non s’identificano con la stessa.

Grande perizia tecnica ha richiesto “Sound of marble” dell’architetto nipponico Tsuyoshi Tane; l’opera è stata realizzata da Pibamarmi tagliando nella roccia metamorfica delle perfette absidi. Cinque volumi curvi che formano i lobi di un ambulacro, che vanno a formare una sorta di deambulatorio – cioè il collaterale circolare di una struttura sacra – custode particolare di suoni e luci. Archeologia del futuro, secondo l’artista: ovvero continuità tra le specifiche di un territorio e le forme in cui l’uomo si è espresso nel suo divenire. Ancora una volta presente e passato si legano in maniera irrepetibile: è l’unicità del terroir.

“Gravity and Untitled Column” del bulgaro Rado Kirov è acciaio specchiato, lavorato manualmente attraverso il così detto effetto mercurio, la peculiare tecnica sviluppata dall’artista. L’acciaio inossidabile è materia solida e quasi incorruttibile, eppure riesce a scomparire trasformandosi nel riflesso cromatico dell’ambiente circostante. È dissolvenza, un colore che continuamente muta; è materia che cambia stato: rimane acciaio solo per il tatto, così come il vino rimane uva solo per il gusto. All’osservatore resta solo la consapevolezza del continuo mutamento: la solidità ha confini incerti, diventa come in Magritte onirica, quando incide sui meccanismi dell’esperienza.

Così come la corretta vinificazione non passa attraverso pompe, ma sfrutta la gravità, anche il rinoceronte sospeso di Stefano Bombardieri ci fa sentire tutta la naturalità del legame, ovvio ma non scontato, della vita con la terra.  “Il peso del tempo sospeso” è acciaio e vetroresina, è il ricordo di quando cavalli e muli erano presi e imbarcati per andare alla guerra, quando le fiere erano condotte a morire negli anfiteatri. Ciò che appartiene alla natura, con un semplice gesto, può essere da questa avulso: l’uomo artefice decide se condurlo a perfezione – come lo zucchero con i lieviti – o all’abbattimento. È la responsabilità del creare: lo dice chiaramente il titolo, si sospende per decidere e quegli istanti sono senza tempo.

Un poema della Cina imperiale scritto da Pai Chu-I nell’epoca Tang, è alla base di “Water in dripping” dell’artista mongolo Zheng Lu. Il tempo dei Tang, quando l’Italia era ormai longobarda, fu periodo di grande prosperità e il componimento – che riflette sul naturale movimento dell’acqua – è ora incorporato nell’acciaio della scultura, la stessa materia dei vasi vinari in cui fermentano i bianchi. Come un’immagine stroboscopica tridimensionale l’opera di Zheng Lu racchiude il concetto dell’essere liquido e la filosofia che è maturata sulla natura fluida, ma la realizza in metallo annullando – attraverso l’arte – la sua intrinseca solidità.

Quando l’arte vuole invece evidenziare la necessaria interazione tra competenze, individui, capacità tecniche e saperi, trasforma la materia in un pattern, in un assemblaggio coerente di forme diverse che costruisce o suggerisce di comporre il soggetto dell’opera. È il concretarsi dell’azione collettiva, la somma di personalità, anche se espresse attraverso variazioni della materia. La solidità è solo fisica, diventa mezzo per esprimere un significato culturale: lo fanno sia Rabarama, l’artista romana Paola Epifani, con il puzzle “Codice genetico” allusivo a Madre Terra, sia il triestino Bruno Chersicla nel suo “Il Dioniso”, la scultura radicata nell’arte della tarsia e con un rimando sottile alla sapienza dei maestri bottai.

Diverso è l’uso modulare della materia solida il cui ripetersi potenzialmente infinito esprime al meglio il valore simbolico dell’opera d’arte. È, infatti, la scelta che l’artista fa nel padroneggiare la composizione a trasformare il possibile indifferenziato da serialità a strumento di comunicazione, da possibile alienazione a ritmo ordinato e armonioso. “Egg Concept” della brasiliana Spirito Costa è una forma intuibile e primigenia, l’uovo. Racchiude l’intima essenza della vita, è realizzato con oltre seimila gusci che attraverso la molteplicità rendono l’unità, tenace, fragile e preziosa, dello scudo protettivo. È al tempo stesso concepimento, grembo materno, catalizzatore di luce fecondatrice ma può anche essere letto come acino d’uva, germe di un prodotto in divenire.

La collezione di Ca’ del Bosco presenta, infine, una straordinaria creazione di Cracking Art, la corrente sviluppata dal 1993 grazie a sei artisti (Nucara, Veronese, Angi, Rizzetti, Kicco e Sweetlove) che fissano il momento in cui – attraverso il processo chimico di Cracking – le catene d’idrocarburi sono trasformate in materia plastica interrompendo così il processo di naturale degradabilità della materia organica. Dal possibile rifiuto che invade l’ambiente diventando la traccia più insidiosa ed evidente dell’Antropocene, la plastica fiorisce in arte riciclabile, leggera e autoportante, solida eppure figlia di un soffio che la espande nei limiti della forma. “Blue guardian” è il lupo, da secoli vissuto con terrore, ma – per millenni – spirito guida e modello di organizzazione. Era in Franciacorta quando la terra – non ancora vitata – viveva ammantata dal bosco, torna a esservi con posa benevola e protettiva: il branco aggredisce per necessità, ma soprattutto protegge e dà sicurezza. Il lupo deve conoscere il proprio territorio, lo difende e ne dipende. Tra vigna e bosco, in un equilibrio che torna a essere parzialmente naturale e comunque rispettoso della biodiversità, la materia sintetica va oltre la rappresentazione, oltre la forma: il suo essere scelta dall’artista è al tempo stesso monito e messaggio, totalmente umana nella speranza di un’umanità più consapevole e responsabile.

I “Blue Guardians” posti a tutela della Franciacorta nell’attesa di un nuovo equilibrio intraspecifico tanto ricordano i guerrieri in terracotta dell’imperatore Qin Shi Huang e con il loro colore azzurro, che rimanda al cielo e quindi all’immortalità, ci accompagnano nel nostro viaggio sulla materia solida aprendo alla narrazione la strada verso Oriente. Al Wong è nato nel nuovo continente (San Francisco 1939) ma rimane molto vicino alla visione filosofica Taoista/Buddista Zen. È un artista americano, professore di educazione artistica, autore di film sperimentali e installazioni polimateriche. “Osservando il mio lavoro -commenta Al Wong – lo descriverei come un’espressione visiva della connessione interiore degli opposti percepiti: prevede l’uso del negativo, del positivo e della trasparenza. È pittura su superfici di varia natura che si relazionano con il muro, in modo che il muro ne diventi parte integrante, anziché essere la superficie passiva su cui appendere l’opera. Questa nuova forma d’arte realizza una connessione spaziale fra differenti superfici e dimostra quanto i termini delle relazioni di luce/oscurità, negativo/positivo, vuoto/solidità siano ben collegate l’uno all’altro. A prima vista sembrano implicare differenze, ma sono completamente interdipendenti e riflettono la nostra esistenza, anch’essa interdipendente, sebbene si viva nell’illusione di essere separati, di appartenere solo ad un estremo. Vi è, invece, un’armonia ben più profonda che spesso trascuriamo. In questi rapporti contrapposti trovo l’espressione più vera della nostra realtà; incoraggio così lo spettatore a guardare l’arte in un modo diverso, sfidando la percezione ordinaria. Il mio lavoro non usa un linguaggio specifico o nozioni culturalmente costruite: aspira all’universalità”.

In perfetto equilibrio tra Oriente e Occidente è Michael Koh, nato in Malesia nel 1953 ma trasferito in Francia poco più che ventenne e studente alla Scuola Nazionale di Belle Arti di Metz. Koh mescola astrazione delle forme e calligrafia, mantenendo uno sguardo sensibile sul proprio passato e sugli interrogativi essenziali dell’esistenza. Così lo descrive il critico Jacqueline Remy: “È un artista di libera espressione artistica, il suo lavoro è eseguito in un’espressione spontanea, energica, dipinto con gesti veloci, in un ritmo apparentemente disordinato ma è invece sempre controllato … la pittura di questo artista non è così ovvia, ma c’è un mondo perduto da scoprire e da riscoprire. Un mondo energico, curioso ed estenuante che sembra voler invitare lo spettatore a scoprire quello che c’è oltre l’apparenza”.

Più ci si concentra verso le radici culturali, maggiore è l’attenzione data al peso visivo, all’astrazione della solidità che da fenomeno fisico passa alla sfera percettiva. Kenryo Hara è un artista giapponese, nato nel 1955 nella prefettura di Mie nella regione di Honshu. Dal 2000 si è unito ai Kikkou-kai, per studiare l’arte del Kodaimoji con il maestro Koho Kato, uno dei calligrafi più rispettati e venerati. Kodaimoji è la forma più antica di calligrafia conosciuta in Cina: Kodai significa “antico” e Moji “personaggio”. I Kikkou-kai si sono riappropriati di questa tradizione. Kenryo Hara dipinge l’ideogramma 雨雲 Pioggia e Nuvola usando un grosso pennello giapponese intriso dell’inchiostro di china: ogni tratto è carico di quello spirito che va oltre lo spazio visivo. La “Pioggia” è una linea orizzontale, il cielo, e i punti sono le gocce di pioggia. Ogni “Lacrima” è la forma dello Spirito che si nasconde nel fango mentre dalla “Nuvola” pende la coda del drago, che è nascosto in questo rifugio di vapore. Il tutto ha un forte valore simbolico: allude al rapporto d’amore fra uomo e donna.

Riscoperta la forza della propria identità anche il segno e la sua assenza ritrovano un’improvvisa freschezza: Moon-Tae Meongseog Kim è sudcoreano e ispira la propria arte all’innocenza del cuore di un bambino. Il suo stile è quindi chiamato “Pittura dal cuore infantile” che continua a sviluppare nel “Meongseog Childlike-Heart Painting Institute”. Moontae Kim esegue senza interruzione questo ideogramma con un tratto intriso di bianco, con movimenti veloci e senza esitazioni, con spontaneità ed innocenza. L’artista crea un segno calligrafico armonicamente connesso con i pieni e i vuoti della natura.

Per comprendere meglio il percorso millenario che in queste ultime opere si riflette dobbiamo lasciare la parola a chi è veramente figlio di una filosofia a noi così lontana. “L’estetica dell’Oriente – spiega l’artista Diana LoMeiHing – deve molto a Lao Tzu (V sec. a.C.): è l’autore principale del Tao Te Ching e il fondatore del Taoismo filosofico. Mentre i greci – nello stesso periodo – privilegiavano la percezione attraverso lo sguardo, i cinesi concepivano la realtà in “Qi” o energia del respiro: inspirare ed espirare ci unisce ai ritmi alternati del cielo e della terra, dello Yin e dello Yang. Il paesaggio cinese Shan Shui (montagna/acqua) esprime l’interazione tra queste dualità complementari: la materia della montagna è solida, la profondità dell’acqua è liquida e trasparente. Apparentemente immobile è la montagna mentre l’acqua è in constante movimento; la materia solida e le acque, che sono senza una forma specifica, si fondono e si esaltano a vicenda.

Il Tao vede l’essere umano come parte integrante nella vastità del cosmo, nel paesaggio dipinto l’uomo è quasi invisibile, non è mai celebrato come una presenza imponente a differenza della visione occidentale. Qui non c’è un soggetto che governa o domina, non esiste alcun potere monopolizzante sulla natura e su tutti gli esseri viventi. Nella pittura del paesaggio cinese Shan Shui esistono solamente le polarità Yin e Yang dove tutta la materia – il mondo – è contenuto in queste molteplici implicazioni e nelle loro mutazioni, continue ed alternate. Prendiamo ad esempio Guo Xi (1020 – 1090): fu uno dei più importanti pittori di corte; era nato a Wenxian (Provincia di Henan) e visse durante la dinastia Song Settentrionale (1068 – 1085). Dipinse montagne, pini (simbolo di longevità) e acque tra la nebbia e le nuvole: rappresentano molto bene l’importanza del vuoto. L’opera “Inizio di Primavera” è un enorme rotolo di cime rocciose e acqua in costante metamorfosi: le nuvole che fluttuano insinuandosi fra le fessure delle pietre, le rocce sembrano migrare verso l’infinito, lo Yin si trasforma in Yang e viceversa; le parti dipinte e quelle non dipinte creano prospettive multiple e mutevoli. Questa “prospettiva galleggiante” che s’allarga su tutta la superficie del dipinto si differenzia nettamente dall’aspirazione centrale del paesaggio occidentale e dalla celebrazione del soggetto.

Nell’arte cinese la cosa più importante è mirare all’essenza della montagna e dell’acqua: sono paesaggi senza nome, scorci visti e vissuti nel corso di in un’intera vita, paesaggi dell’anima. Durante la dinastia Song la pittura di paesaggi era fondata sulla filosofia Taoista, e i dipinti d’inchiostro e d’acquerello realizzati da Guo Xi e da altri pittori di corte raggiunsero un altissimo livello di raffinatezza: sono tra i più grandi monumenti artistici nella storia della cultura visiva cinese. L’antica pittura cinese di paesaggio unisce i concetti filosofici Confuciani con il pensiero Taoista e Buddista, molto sensibili alla forza vitale dell’acqua. Secondo il Tao Te Ching l’acqua è il bene supremo. Nel Buddismo i flussi di nebbia e acqua suggeriscono la circolazione della saggezza ottenuta con la meditazione attraverso il corpo, la mente e l’universo. Tutti gli artisti orientali, i pittori e i calligrafi, collocano il Qi (l’energia vitale) nella posizione più importante delle loro opere dove lo spirito della natura, dell’essere umano, del pennello e dell’inchiostro di china sono descritti con lo spazio del vuoto. In questa realtà lo spirito esiste e vaga, non è visibile ma lo si avverte. Se tutto lo spazio fosse occupato dalla materia, non ci sarebbe possibilità per il movimento, i cambiamenti e il divenire. Il vuoto è indefinito, indifferenziato, e per questo ha infinite possibilità di trasformazione. L’essere e il non-essere, la materia solida e la trasparenza, non sono opposti, tutt’altro, e costituiscono allo stesso tempo un’unità che è conflittuale e indivisibile.Senza l’alternarsi delle due visioni non ci sarebbero il ritmo e lo spirito nell’arte. Il vuoto (Wu) è – per il Taoista – il divenire delle cose e tutte le cose sono relative: nulla è imposto come dogma. L’acqua è Yin, cioè di natura fluida, è mobile e va dove la corrente la porta ma non sarà sempre così: potrebbe diventare materia solida, come il ghiaccio, o fluttuante come le nuvole, con l’evaporazione.

Il pensiero di Lao Tzu e quindi il Taoismo filosofico segnano da venticinque secoli la filosofia e l’estetica cinese, resistendo anche ai più ferrei tentativi d’inquadramento. Uno in particolare fu il “legalismo dell’imperatore Qin Shi Huang che, nel 213 a.C. ordinò il rogo di tutti i libri non in linea con il suo pensiero e la morte per tutti coloro che erano in disaccordo con lui. Si faceva chiamare Qin Shi Huangdi, cioè il Primo Imperatore perché sotto di lui la Cina -che prende nome proprio dalla dinastia Qin – fu unificata e la scrittura uniformata, nonostante le differenze tra le lingue e i vari dialetti regionali. Riflettere su Qin Shi Huangdi è importante perché introduce una diversa sfumatura nella sensibilità nazionale: l’asse cosmico. Cina, infatti, significa il paese di mezzo o il centro del mondo. In questo centro l’imperatore teneva in armonia il cielo- di cui era figlio – con la terra, governando lo Stato attraverso buone leggi. L’imperatore, tuttavia, non era considerato divino e poteva perdere il titolo in favore d’altri qualora non fosse più in grado di governare in armonia il paese. Nonostante i tentativi di garantirsi un’immortalità e l’esercito imperiale di 8.000 statue di guerrieri e 600 di cavalli posti nella città sotterranea in difesa del suo mausoleo, la Cina tornò presto agli antichi valori. Il governo di Qin Shi Huangdi non proseguì per l’eternità sotto la volta celeste evocata attraverso migliaia di perle. La perla, però, ci permette di tornare ad un esempio concreto di materia solida, che allo stesso tempo è figlia dell’acqua e sembra riassumere il continuo mutare degli elementi. La perla ha il significato di saggezza e questa è la massima virtù nell’antica filosofia cinese: neppure l’imperatore poteva raggiungere la perla della saggezza. Tutt’oggi durante la Festa di Primavera (capodanno cinese) il drago, cioè l’imperatore, nella danza a lui dedicata insegue un danzatore con una perla gigante, ma mai e poi mai riuscirà ad ingoiarla e possederla”.

La materia solida, tra Occidente e Oriente, ha significati profondamenti diversi: nelle civiltà del Mediterraneo e dell’Europa tutta è una certezza; nei paesi del Levante è un passaggio nel continuo ricomporsi dell’universo. In entrambe le culture, però, l’arte ne evidenzia il potenziale di comunicazione esaltandolo in relazione e in opposizione all’esperienza individuale. Nella nostra cultura, potentemente legata alla volontà individuale, la solidità ci aiuta a misurare il tempo, a cristallizzare e contenere i ricordi, a stupirci per un’improvvisa alterazione della gravità. Nella cultura cinese, intrinsecamente riflessiva e meno antropocentrica, la solidità è un momento di aggregazione della materia nel fluire continuo dell’energia: per questo può diventare anche un semplice peso visivo, altrettanto granitico quanto una montagna protesa dalla terra al cielo. La materia solida può essere impari sfida tra l’alchimista e il mondo bruto o testimonianza corruttibile di un tempo rigeneratore che tutto trasforma: sta a noi decidere se tentare la via del possesso o quella della meditazione.

22 Settembre 2022

Massimiliano Reggiani

Massimiliano Reggiani, emiliano ma da anni in Sicilia, si è laureato in Giurisprudenza e in Filosofia a Parma, in Scenografia all’Accademia di Bologna. Considera la comunicazione visiva connaturata alla specie umana e cerca nell'arte il riflesso del continuo mutare di valori e culture. Scrive di linguaggi contemporanei sulla propria pagina Facebook Critica d’arte.

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Nello stato solido i costituenti della materia sono legati da forze molto intense che consentono soltanto moti di vibrazione attorno a posizioni di equilibrio; Dalle avanguardie del novecento ad oggi il pensiero creativo ha trasformato la materia in un elemento magico,, talvolta disturbante, ma sempre adatto per una visione sensibile del mondo, che sia reale o immaginario.

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