Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Intelligenza artificiale e poetica del Robot

Le opere di Donato Piccolo interagiscono in un contesto speciale di ricerca delle nuove tecnologie

Come comincia il tuo interesse per la robotica?

Mentre da bambino vedevo il robot come un elemento che cambiava la sua natura dall’umano al meccanico, in età adulta questa metamorfosi è diventata un graduale passaggio da uno stato mentale ad uno stato reale. Ora abbiamo realizzato cambiamenti radicali e tendiamo sempre di più ad acquisire e conquistare lo status di “essere “robot annettendo i processi di evoluzione anche dei sistemi informatici a noi annessi… Dunque non solo un processo di cambiamento ma di fusione reale con l’essere umano.

Immaginiamo che solo pochi giorni fa la piccola università del Vermont, la Tufts, é riuscita a creare degli organismi robotici artificiali, alquanto reali chiamati XENOBOT….

Uno xenobot è un organismo semi-sintetico progettato con l’ausilio di un calcolatore affinché svolga una funzione desiderata ed è stato realizzato combinando insieme diversi tessuti biologici. Questo vuol dire che avremo la possibilità di riprodurre, in un futuro molto prossimo, tessuti organici programmabili, parti del corpo programmabili a nostro piacimento.

Per me un artista prima di essere tale è in primo luogo un uomo…la sua storia, le sue suggestioni, le proprie esperienze, il passato e il presente….come si legge le tua storia nelle composizioni?

Un essere umano è composto di esperienze, di scelte, l’uomo è un agglomerato di scelte giuste o sbagliate che condizionano e lo indirizzano ad una propria realtà. Questo spero si legga nelle mie opere perché di solito le mie esperienze sono lo status operandi del mio pensiero e quindi delle mie scelte. Credo che la mia ricerca, nonostante nasca dal personale, dal soggettivo, assorba il mondo e lo traduca in modo universale e costante verso una verità umana. Ho vissuto tante esperienze quante le opere che ho realizzato. Alla fine ogni esperienza è stata un’evoluzione che spero non appartenga solo al mio senso di essere uomo o artista ma sia qualcosa di più, un pensiero mutevole e persistente nel tempo.

Perché gli artisti spesso manifestano il desiderio di “raccontare” il rapporto tra la natura e l’artificio?

In realtà questo rapporto ha rappresentato la nascita della mia attenzione nei confronti dell’arte. Pensa che sono stato uno dei primi se non il primo a riprendere questo concetto dopo che le precedenti generazioni alla mia valorizzavano le materie povere più che l’artificio (arte povera) o privilegiavano l’artificio più che la realtà e la fisica del reale (transavanguardia). L’arte per me è tutta un rapporto tra quel che si vede e quel che si vuole riprodurre. La dialettica dell’immagine è visione dell’immagine ed affonda le sue radici addirittura il concetto della caverna di Platone dove quello che poi si chiamò “noumeno” creò attenzione verso il concetto di “pensiero dell’imprevedibilità”.

Cosa ne pensi delle avanguardie?

E come dire che se non fosse esistito mio nonno io non sarei nato. Le avanguardie sono state il processo evolutivo della comprensione di un’arte che ancora ci portiamo appresso, come d’altronde tutta la storia dell’arte, dal rinascimento, che reputo l’apice storico della consapevolezza umana, fino ai giorni di oggi. Senza le avanguardie non ci sarei io e forse neanche avrei fatto quello che faccio.

Il mondo della robotica può convivere con il lirismo?

Se non ci fosse il lirismo la robotica sarebbe fine a se stessa, sarebbe un’evoluzione esclusivamente formale ma non meditativa della realtà, un’azione solo utile al fabbisogno primitivo umano. La robotica per un artista è, e rimarrà, un mezzo di produzione come lo è il pennello per un pittore. Bisogna capire quale cambiamento porti alle menti delle persone al di là dell’intrattenimento. La Robotica ha le sue radici nel passato, addirittura nella stessa letteratura. Pensa che il termine Robot nasce dal racconto R.U.R. (dalle iniziali di Rosssum’s Universal Robot) del ceco Karel Čapek , un dramma utopico fantascientifico pubblicato nel 1920.

Quali reazioni hanno i bambini alle tue opere?…o gli adolescenti….

Si divertono, si emozionano ed imparano che le cose possono essere fatte senza porsi limiti. Sono i limiti che fanno crescere in fretta i bambini ed aumentano anche il loro senso di paura verso l’impossibile o l’imprevedibile.

Fenomeni naturali, Tecnologia, Scienza. Sapresti trovare questi elementi nella pittura del passato?

Il passato ne è pieno; qualunque artista, che reputo tale, ha utilizzato questi elementi per creare opere. Pensa ai pittori che usavano già camere oscure per ritrarre la realtà, come Vermeer o Holbein, nell’anamorfismo, oppure pittori che avevano capito che il senso della loro arte era più scientifico che illustratore. Di esempi ce ne sono tanti veramente. Un bel libro che ne descrive dettagliatamente i processi logico-scientifici-artistici è quello del grandissimo pittore  David Hockney dal titolo ” Secret of knowledge” dove l’Artista evidenzia molto bene le ipotetiche caratteristiche che portarono molti artisti a risultati straordinari, quasi fuori da una logica umana.

Le tue composizioni hanno senza dubbio un’importante fase di progettazione…ma c’è anche la casualità?

Nelle mie opere la progettazione serve solo a capire I processi casuali che stanno alla base del vivere umano. Ciò che non è casuale ed è solo progettuale mi annoia….immagina che spesso nascono prima le opere e poi i disegni progettuali delle stesse opere: un processo strano ma che arricchisce di più la mia comprensione di quel che è accaduto nella fase di progettazione. Lo stesso filosofo “Luigi Pareyson” dichiarava come un’opera d’arte sia in fondo non il suo risultato ma il processo di trasformazione nel farla! Questo il suo eterno segreto. 

Tra gli strumenti della tradizione…lavori con la pittura?

Certo, ma la mia pittura è uno “strumento”, un elemento aggregativo non pittorico in sé, è qualcosa che serve ad innescare qualcos’altro senza avere un fine tautologico. La pittura è complicata, un essere da dominare. Lavoro con la pittura ma non posso definirmi pittore. Il pittore vive di quello che immagina, tocca e pensa, è  pari ad un giocatore di scacchi; io da categoria terza nazionale lasciai gli scacchi tanto tempo fa per dedicarmi alla scultura e alle intelligenze artificiali connesse ad essa.

Quanto è importante il suono nel tuo lavoro?

Il suono forse è la prima forma di verbo che abbiamo avuto al mondo, .. .in principio forse non era il verbo ma il suono , l’interpretazione fallace era data forse dal fatto che entrambi erano emessi da una bocca umana. Comunque il suono nelle mie opere non ha un valore melodico o compositivo ma è solo una traccia documentaria di quello che avviene: prendiamo ad esempio l’opera il tornado, essa non emette suono ma lo stesso tornado si muove in relazione al rumore dell’ambiente circostante rivelandosi quasi un elettrocardiogramma dell’ambiente circostante. In effetti l’obiettivo di queste opere era di creare sculture dal suono, fare in modo che le sculture, composte di vapore, fossero “la forma del suono”.

C’è un artista del passato a cui avresti un grande desiderio di mostrare la tua arte?

Senza ombra di dubbio: Leonardo da Vinci

Se ti chiedessi qualcosa sul colore blu…cosa mi diresti?

Sicuramente “Infinito” o “Yves Klein” che tra l’altro si equivalgono: L ‘Artista che sonda l’infinito con un colore, apposta inventato, dà vita alla forma più poetica di opera d’arte.

Cosa ne pensi della situazione dell’arte a Roma?

Roma è piena di curatori interessanti che hanno svolto la loro attività soprattutto all’estero e che poi, spero per un senso di appartenenza e bellezza della città, sono ritornati. Mi viene in mente il curatore Massimo Scaringella che tra Brasile ed Africa ha svolto un egregio lavoro di divulgazione artistica che per gli italiani ancora è un mainstream da approfondire le noiose trafilettate da salotti dove tutto si dice e nulla si svolge. O artisti come Quayola che da Londra è passato a Roma dopo aver creato un background ed un network importante all’estero, imponendosi in maniera importante anche nel panorama artistico romano soprattutto con la sua ultima mostra alla Fondazione Roma , curata da Valentino Catricalà e Jerome Neutres.

Ma Roma sta crescendo molto, credo sia all’inizio di un contesto molto produttivo che crescerà tra spazi nuovi gestiti, e talvolta autogestiti, da numerosi artisti che si sono raggruppati intelligentemente valorizzando più il concetto di “gruppo” che di “opera in se”. Immagino nuovi centri culturali e gruppi artistici come “Post ex”, “Spazio mensa”, “Numero cromatico”, spesso anche guidati da curatori già presenti nel panorama artistico come Giuliana Benassi, diventata oramai la portatrice di progetti importanti come “there is not place” etc che vede Roma come terreno di battaglia per fronteggiare l’arte in tutte le sue vesti artistiche sia alternative sia istituzionali, etc… Non dimentichiamo i gruppi neo curatoriali artistici come “Visioni parallele” con “archivio contemporaneo” etc.. 

Inoltre a Roma abbiamo anche neo curatori interessanti che hanno preso una fetta importante sia della nuova e sia della vecchia generazione come, il già citato, Valentino Catricalà, curatore del settore  arte del Maker faire, del Goethe istituto ma soprattutto del neo museo a Manchester SODA dove, attraverso milioni di fondi, sono sorti reparti di arte associativa didattica ed io son orgoglioso che sia proprio lui a dirigerla.

Come vive Donato a Roma? È ancora una città che soddisfa le esigenze legate al linguaggio del tuo lavoro?

Non lo so se soddisfi le mie esperienze lavorative ma sicuramente le mie esigenze estetiche in quanto, viaggiando molto, mi son reso conto che Roma è decisamente una delle città più belle del mondo, la  più poetica che conosca, ma questo è il giudizio soggettivo di un ragazzo cresciuto tra i quartieri e scappato dall’Italia in cerca di nuove forme di arte e confronti produttivi ….

Tanto tempo fa vivevo a Nyc ma mi stancò il suo senso estremamente opportunistico e pratico… Sono stato in Korea e pensavo di vivere lì, ma quando mr Chun, proprietario della Hyundai, mi pregò di stabilirmi li definitivamente, il mio senso romantico alla fine mi indusse a ritornare a Roma tra il vociare dei palazzi e degli angoli di questa città, tra le canzoni scomparse di amici comparsi…. .

Ma una città di cui ancora sono innamorato è Shanghai, dove ancora ho un piccolo studio e che, se covid lo permetterà, sicuramente ritornerò a lavorare sperando di capire un popolo ancora da conoscere più in profondità.

15 Gennaio 2022

Alessandra Caponi

Alessandra Caponi nasce a Roma nel 1981. Dopo la laurea in Storia dell’Arte Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, si specializza sull’arte degli anni Sessanta a Roma. Collabora con Gino Marotta per cinque anni nella gestione dell’archivio e organizzazione delle mostre. Lavora con collezionisti privati nella realizzazione di archivii cartacei e digitali. Recentemente ha scritto il testo critico “Committenza pubblica e privata: cinema, teatro, arredamento 1940-1958” in occasione della mostra Leoncillo. Materia radicale presso la Galleria Lo Scudo di Verona. Vive e lavora a Roma.

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