Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Il Blu come tutto il resto è un incontro fortunato

Pierre Yves Le Duc lavora sul tema dell’eros e l’importanza del corpo attraverso un linguaggio gestuale e colto

D. Sei nato in Francia, ma le tue origini sono italiane…
Essere cresciuto in Francia negli anni 60 con la consapevolezza di avere origini italiane, era per noi ragazzi un motivo d’orgoglio. Siamo cresciuti con i racconti del nonno materno,  un “rital”. Racconti che poi venivano superati da una forte dose di umorismo. Era difficile non pisciarsi nei pantaloni sentendo le storie raccontate da lui, anche se sulla base di eventi drammatici. Era famoso per quello ed era probabilmente un modo di superare le difficoltà e sopravvivere. Lui e i suoi fratelli, tutti primi della classe, talentosi musicisti, a tutti loro gli ultimi e i peggiori posti di lavoro, più le ingiurie. Ma hanno finito per integrarsi e farsi amare e rispettare da tutti.

D. Quando hai capito che la pittura e l’arte rappresentavano la tua strada?
L’ho capito molto tardi. Ho fatto di tutto, con l’aiuto in questo senso della mia famiglia e in particolare di mio padre, per non intraprendere quella strada per la quale ero destinato. Lunghissimi « détours » che però mi riportarono immancabilmente sulla via dell’arte. Per sfuggire alle regole ferree e alla disciplina rigida e salvifica di mio padre già da piccolo evadevo disegnando. Una forma di alienazione per allontanarmi da un clima familiare non troppo felice e nel quale regnava la punizione e non l’amore. Al liceo se avevo ore libere usavo chiedere ai prof di Arts Plastiques se potevo seguire le lezione delle altre sezioni. Avrei volentieri seguito unicamente lezioni di arte, tutto il resto mi interessava ben poco. Adesso in compenso mi interesso a tutte le discipline purché non siano quelle artistiche, ma continuo come sempre a leggere i racconti autobiografici degli artisti. In questo momento godo immensamente alla lettura dell’autobiografia di Marina Abramović: “Attraversare i muri”.

D. Dopo gli anni di studio a Parigi, arrivi a Napoli e siamo alla fine degli anni Ottanta. Ci puoi parlare del contesto storico-artistico?
Fortunatamente al mio arrivo a Napoli, approdo nella galleria di Lucio Amelio. Un mio amico di Parigi, Carlos Allende, mi chiese di andare a salutare Lucio da parte sua. Non sapevo quasi nulla di Amelio, ero assai vergine di tutto perché a Parigi vedevo tante cose nei musei e nelle gallerie, nei teatri, ma molto distrattamente. Mi arricchivo spensieratamente. Vita da bohème. In quel ambiente napoletano fui subito a contatto con tutti gli artisti napoletani della mia generazione. Io insegnavo per campare e nei ritagli di tempo dipingevo, non troppo consapevole che stavo semplicemente facendo l’unica cosa che mi interessava. Fare nomi sarebbe come elencare tutti gli artisti napoletani. L’accoglienza nei miei confronti fu straordinaria. I miei amici mi chiamavano “la fame atavica”. Molti mi invitavano e mi rimpinsavano di cibo sapendo che vivevo con quasi niente. A cominciare con la fotografa Raffaela Mariniello. Da lei il piatto di pasta era garantito. E nel frattempo la vedevo all’opera nella sua camera oscura. Quanti e quanta generosità!! Ci vorrebbe un libro pe raccontarla tutta. I miei colori, i miei primi pastelli? Mi furono regalati da un gruppo di amici per un mio compleanno, ben guidati da Alessandra, la mia fidanzata e gli amici Gerardo e tanti altri… poi le opere le regalavo ai compleanni, ai matrimoni e alle feste.

D. Quali erano i punti di incontro?
Nei primi anni 90 a Chiaia a Napoli non c’era la movida. Un paio di bar per intelletualoidi. Giusto per il piacere di ritrovarsi, acchiappare e scambiare idee e battute. Il baretto di Salvatore Pica era il luogo d’incontro e fu Salvatore, incuriosito dalle nostre discussioni, a chiedermi se poteva farmi vista nella mia stanza casa-studio. Vide i miei quadri alle pareti e mi propose di fare una mostra nel giorno del mio compleanno. Feci quindi senza saperlo la mia prima mostra personale. Sold out! Ci fu anche chi prese un quadro e non lo pagò mai…Ne facemmo una seconda sempre nel bar. Ottimo esito! Quindi con quei soldi riuscì ad investire parecchio in materiale. Risultato? Nel maggio 94 faccio la mia prima installazione pubblica in piazza San Domenico Maggiore.
Un Cenacolo composto di 13 tele con dettagli anatomici del sesso femminile attorno all’obelisco di San Domenico maggiore. Bella sovversione della storia!

D. Come è diventato oggi il contesto storico-artistico di Napoli?
Immutato. Ognuno lavora per se. Nessun senso di comunità artistica. Peccato! Questo non produce storia. Si tira a campa’…per la mia prima mostra personale chiesi ad un amico fotografo di condividere questa mia personale… la vedevo un po’ diversamente. Spero che questo aspetto cambierà. Devo dire però che i fotografi che ho conosciuto, sono sempre stati di un aiuto formidabile. Francesco Semmola, Mariniello, Luciano Romano, Roberto della Noce, Alessandro Cimmino, Studio F64, Sergio Riccio, Fabio Donato, e Mario Amura al quale devo tanto per le sue numerose collaborazioni alle mie follie creative alle quali lui aggiungeva « la touche de génie ». Si, molta collaborazione e comprensione. Anche da Parte di Nino Longobardi che mi gratifica sempre di consigli tecnici preziosissimi. Tutti sempre disponibilissimi. Senza dimenticare gli amici che quando sei in mezzo alla strada ti offrono vitto e alloggio per anni a te e alla tua famiglia. Immenso Cuore Napoletano.

D. Puoi parlarci del tuo speciale rapporto con Alfredo Bovio di Giovanni?
La mia storia con Alfredo ha dell’immenso. Ci vorrebbe un libro a raccontarla tutta. Nessun rapporto maestro allievo tra lui e me. Non avrebbe mai fatto il maestro nel senso tradizionale e accademico. Mi insegnò le basi tecniche ma solo perché aveva riconosciuto in me un artista e perché lo scambio sarebbe stato alla pari. Mettiti qua su questo tavolino. Prendi un cartoncino e i colori che trovi attorno a te. Qua i pastelli ad olio, qua i pennelli e i tubetti. Fai quello che ti passa per la testa. E per la mia testa ne passava parecchia già. Ero stato ben nutrito a suono di Beaubourg, Musée d’art Moderne de Paris e quant’altro, senza dimenticare le serate a teatro, teatro danza sperimentale del Café de la danse, gallerie… Ero così appassionato di danza contemporanea che rubai in pieno giorno un’immensa foto di Pina Bausch au théâtre de la ville de Paris che poi appesi in camera mia dietro il mio letto. Questo nel’87 forse.Con Alfredo furono tre anni in paradiso con il migliore amico al mondo. Ogni giorno mi dicevo, adesso puoi anche morire, quello che hai vissuto oggi con Alfredo basterà a riempire l’eternità.L’ho visto dipingere tutti gli ultimi cento quadri realizzati prima di morire. Mi faceva anche intervenire e io facevo un cippo e tornavo alle mie cose. Quante discussioni sogni condividi. Probabilmente so cose che neanche la figlia aveva mai sentito…

D. Ho letto che hai esposto in location importanti e storiche nella città di Napoli. Quanto conta nel tuo lavoro il rapporto con l’antico?
Il dialogo con la città? Per essere onesto, non ha niente di colto o di erudito. Quello che succede avviene su un piano intimo, come un rapporto intimo con una persona, ma ci apre la porta ad una conoscenza dell’altro che non può avvenire in nessun altro modo. È intuitivo. Se quel luogo mi ispira allora necessariamente una cosa avverrà e l’opera si sposerà con quel luogo.  Sono incontri fortuiti e baciati dalla fortuna. Punti d’incontro tra un luogo e una mia ricerca. Coincidenze spazio temporali ed esistenziali.

D. Quale è il tuo rapporto con il corpo?
Il corpo e la sessualità sono quasi sempre presenti nel mio lavoro sin dall’inizio. Il mio rapporto con il corpo è di massimo rispetto per il mio e per quello dell’altro. Non so se ci riesco pienamente ma ci provo. Non ho mai usato la violenza, forse per averne subita troppa durante l’infanzia, ne ho un certo orrore. Mio padre era esperto nel trovare strumenti per picchiarci. Mio fratello maggiore li provava per primo e ci prese gusto, quasi a provocarlo…Se avessimo più rispetto per la nostra natura fisica, probabilmente avremmo più rispetto per la natura che ci ospita. Da piccolo bisognava picchiarmi per farmi mangiare carne. Per me era inconcepibile astrarre quel cibo al pari di me come essere vivente.

D. Chi sono “tutte le donne che ti hanno messo al mondo” a cui hai dedicato la tua l’ultima mostra a Roma?
Tutte le donne che ho conosciute mi hanno regalato occasioni di fortissima crescita personale, di elevazione spirituale. Forse l’amore e la passione sono state strumenti per crescere. Quale occasione migliore per crescere che aprirsi all’altro. Se solo facessimo un piccolo sforzo per sentire la storia di chi viene da lontano inseguendo un sogno, quanto avremmo da imparare… da giovane sognavo di andare in giro a raccogliere le storie di quelle persone che vedevo per strada spesso nella più tremenda miseria. Quelli che hanno fatto lunghi viaggi senza valigie e senza mezzi…Ho condiviso la passione di Antonella per la danza a Parigi. Lei veniva da Trieste e io studiavo l’italiano. La sua guida ha cambiato la mia vita. Ma io cosa ho portato a lei? Non saprei. Alle altre? Non so. Forse sono solo uno che sale su treni che passano invece di guardarli passare…Ieri sera con mia figlia guardammo un documentario sul femminismo perché voleva che lo vedessi con lei. Per me è stato difficile reprimere le lacrime.

D. Vieni spesso a Roma? Se si cosa ti piace di questa città? O cosa non ti piace?
Mi sposto e viene quel che avviene…Roma è époustouflante, ti taglia il soffio. Prossima vita a Roma. Ci vuole una vita intera per ogni luogo.

D. Vorrei parlare del colore Blu nel tuo lavoro…
Il blu come tutto il resto è un incontro fortunato. Serendipity. Vado a Milano da un’amica e vicino casa sua, trovo un negozio fabbrica di seta. Potevo continuare la mia strada, ma sono entrato. Ho visto quella seta blu e mi sono innamorato. Presi tre pezzi e qualche mese più tardi feci il trittico della Crocifissione su Monte di Venere. Tornai a Milano e presi altra e altra stoffa, di un blu di Persia meno drammatico per le altre dodici opere della mostra il Tempio.

D. Quale è per te il senso della pittura?
Vogliamo scherzare? Così su due piedi, il senso della mia pittura? Ecco! La possibilità di indagare all’infinito sulle mie potenzialità espressive. Il mio unico mezzo per comunicare cose che altrimenti non oserei raccontare. Confessioni impudiche buttate in faccia al mondo. Il piacere di scambiare e di emozionare. Dare di se dopo avere tanto ricevuto. Ricambiare. Amore. Provocare. Sovvertire. Atto di coraggio. Provocare.

D. L’importanza del gesto nella tua pittura?
IlGesto? Gestazione Si, uso il disegno spesso e volentieri all’inizio. Per la sua spontaneità. Per ricerca. Per indagare. Non che sappia quello che verrà, lascio fluire. A volte è il flusso stesso il centro della ricerca, come quando feci 12.000 disegni in pochi mesi. Il processo evolutivo che veniva fuori mentre ero intento a rappresentare sempre lo stesso oggetto…  il gesto in se non mi interessa più di tanto. Non si tratta di gestuale, poiché in seguito quei segni vengono ingranditi modificati e riprodotti con tecniche pittoriche che negano la gestualità ma ne esaltano la forza…

D. Il tuo lavoro va dalla pittura all’installazione. Due linguaggi e modalità espressive diverse.
Tutto logico. È un processo. Gli schizzi, sempre tanti. La pittura o qualunque altro mezzo, l’installazione, la video installazione e perchè non la realtà aumentata. Sono strumenti espressivi…

D. Cosa pensi dell’arte americana?
Prendo da tutti. Indifferentemente. Dai graffiti preistorici ai video, installazioni performance. C’è da imparare da tutti.

D. C’è un artista del passato che ami particolarmente?
E per quale motivo?Amo l’arte in tutte le sue forme espressive. Tutte. Anche la pornografia se è fatta ad arte. Ce da prendere ovunque. Anche da una foglia secca spiaccicata sul selciato da mille macchine. Da un mozzicone abbandonato ai sanpietrini…

D. Cosa pensi del sistema dell’arte e del mercato?
Mercato per l’appunto. Complesso. Come tutte le forme di vita, si adatta ai cambiamenti. Gli artisti sono qua per provocare quei cambiamenti…

D. In quale direzione e tendenza sta andando l’arte e i suoi linguaggi?
Me lo dica lei… ci vuole indipendenza. Adesso tutti a esprimersi attorno ai temi della sostenibilità, delle migrazioni, del razzismo. Alcuni artisti seguono le tendenze, altri le provocano…

D. Ritieni che oggi i social network possano rappresentare un piccolo vantaggio alla diffusione del tuo lavoro?
Mi prometto sempre di aprirmi un conto tipo Instagram o Facebook ma passo cosi tanto tempo allo studio che poi mi dimentico di procedere e nel frattempo la tecnologia va avanti e io… sto allo studio.  Grande opportunità di comunicare e entrare in contatto con il mondo intero. Che fortunate le prossime generazioni!!! Ma se poi leggi il libro di Abramović e vedi quanto era a contatto con il sistema avendo solo una poste restante in una galleria, capisce che il mezzo è ininfluente…

D. La tua pittura è molto poetica e lirica e ce ne sarebbe bisogno più che mai, soprattutto negli ultimi due anni a causa della pandemia. Ci farebbe piacere una tua riflessione in merito
Stare richiusi per uno come me tendenzialmente concentrato lievemente autistico, è stato come una manna dal cielo. Ho potuto lavorare al di fuori da ogni costruzione temporale. Poter lavorare senza contare il tempo necessario alla realizzazione di un’opera, mi ha permesso di realizzare un progetto con un approfondimento inaudito che ha potuto vedere il giorno solo grazie a quelle condizioni per quanto gravose e drammatiche fossero. Ecco adesso mi metto al lavoro. Forse mi becco il Covid e morirò. Quindi potrebbe essere il mio ultimo lavoro. Pensaci bene! Bacione.

15 Gennaio 2022

Alessandra Caponi

Alessandra Caponi nasce a Roma nel 1981. Dopo la laurea in Storia dell’Arte Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, si specializza sull’arte degli anni Sessanta a Roma. Collabora con Gino Marotta per cinque anni nella gestione dell’archivio e organizzazione delle mostre. Lavora con collezionisti privati nella realizzazione di archivii cartacei e digitali. Recentemente ha scritto il testo critico “Committenza pubblica e privata: cinema, teatro, arredamento 1940-1958” in occasione della mostra Leoncillo. Materia radicale presso la Galleria Lo Scudo di Verona. Vive e lavora a Roma.

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