Sarah Naomi Zakaib è una delle artiste che lavorano nella fucina del Covolab a San Lorenzo.
La sua è un’arte che ha diverse forme espressive, e questa è certo una sua caratteristica.
La peculiarità di questa varietà è che tutte queste maniere di espressione hanno un centro cui tendono in maniera non arrestabile: le storie.
Non si tratta di storie raccontate, come ormai abbiamo fatto l’abitudine a pensare: in realtà quel che l’arte di Sarah esprime è, più che un racconto, un dialogo, che avviene senza soluzione di continuità tra chi le racconta e il modo come Sarah risponde.
Nata nel Canada francese da mamma italiana (di Cassino, specifica lei con una punta di malcelato orgoglio) e da babbo di origine libanese, Sarah Naomi Zakaib ha una solida formazione professionale – si è laureata nel 2009 a Montreal, alla Concordia University, in Studio Art, ossia Pratica dell’Arte, con specializzazione in Scultura – e molta esperienza in campi legati all’arte, essendo stata parte dello staff di gestione di due gallerie d’arte canadesi.
Ma, soprattutto, Sarah ha una grande, insopprimibile voglia di raccogliere le tante cose che le piacciono (“parlo diverse lingue ed ho amato tantissimo la matematica”, mi dice nell’intervista che abbiamo realizzato al Covolab prima dell’inizio di questa Rome Art Week 2023) in maniera tale da poterle dire tutte, o quasi.
Dire, rispondere agli stimoli dei racconti che riceve, fare un passo avanti nel recupero della memoria anche delle piccole cose per potere inserire ogni possibile suggestione in una forma artistica: questa la “mission” di Sarah, che per raggiungere questo scopo usa medium diversi – dalla scrittura alla pittura al video, alla musica e alla performance – ed oggetti diversi, timbri, ciondoli, fogli impressi in una maniera che solo lei conosce.
E se il mezzo non è di quelli che lei domina, si fa coadiuvare dalla tecnica anche di altri: appunto, perché l’importante è, sempre arrivare ad una nuova, ulteriore tappa di racconto corale.
Nell’intervista, Sarah descrive una delle sue “operazioni di storie”, con le quali compie uno sforzo creativo che mira a riconciliare quel che è dentro e quel che è fuori di noi, scoprendo spazi invisibili e documentando il trascorrere del tempo nella memoria individuale ed in quella grande fucina della memoria collettiva che è il mito.
Che siano il rintoccare a racconti tristi o addirittura spaventosi – come quelli connessi alla dittatura in Argentina – reso con le piante di rosmarino, pianta quasi magica adatta a calmare le infiammazioni anche dell’anima, o un grosso fiore di melograno fatto all’uncinetto con corde nautiche per rispondere a chissà quali ricordi marini nati in Grecia, o ancora la nuova e moltiplicata vita data ad un piccolo anello appartenuto alla nonna e magicamente scampato alla distruzione dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, le opere di Sarah sono magiche, innocenti e contemporaneamente sfidanti come il dire senza parole di un bambino.
E lo stesso racconto che Sarah fa di sè ha il suono misterioso del vento tra gli alberi nel bosco, insieme rassicurante e testimone di inquietudini, sottile ma anche maestoso, effimero ma anche snza tempo.
Un racconto che magari, la prima volta che lo ascolti, sembra poco comprensibile; ma che subito dopo ti si riordina nell’anima, e comincia ad entrare in risonanza con i tuoi ricordi, le tue memorie, le storie che hai ascoltato tu.