Per la prima volta a Roma, una grande retrospettiva è dedicata a un artista che ha attraversato da protagonista alcune delle stagioni più fertili dell’arte italiana del secondo Novecento, rimanendo volutamente ai margini del riconoscimento pubblico. Un artista che non ha mai smesso di creare, ma che spesso ha scelto di creare per e con gli altri.
La mostra – che raccoglie circa cento opere, dagli esordi giovanili fino agli ultimi lavori realizzati poco prima della sua scomparsa – ripercorre l’intero arco della vita artistica di Loreto Soro: dai primi bassorilievi e disegni dei primi anni Sessanta, passando per le sperimentazioni radicali legate all’esperienza della galleria La Tartaruga, fino alle opere mature e agli esiti più intimi e raccolti degli ultimi anni. Un percorso artistico che si intreccia con lavori, testimonianze e materiali di alcuni tra i principali artisti con cui ha collaborato nel corso della sua vita.
Nato a Roma nel 1947, Loreto Soro si forma in un momento di profonda trasformazione del linguaggio artistico. Sono gli anni in cui l’informale lascia spazio a nuove urgenze percettive, concettuali e relazionali; anni in cui l’arte mette in crisi l’oggetto, il ruolo dell’autore, la separazione tra opera e vita. È in questo clima che il giovanissimo Loreto entra in contatto con Plinio De Martiis e con l’ambiente della galleria La Tartaruga, vero laboratorio della neoavanguardia romana e internazionale. Qui non è semplice testimone, ma parte attiva di un sistema complesso di relazioni, esperimenti e gesti condivisi: artista, collaboratore, facilitatore, presenza costante e discreta, difficile da ricondurre a categorie tradizionali.
Emblematica, in questo senso, è la sua partecipazione al Teatro delle Mostre del 1968, dove presenta Fili armonici: un ambiente sonoro e visivo che si attiva solo attraverso il tocco del pubblico. L’opera non si offre come oggetto da contemplare, ma come dispositivo da attraversare. “L’opera cominciò ad esistere nel momento in cui gli spettatori iniziarono a toccare i fili”, ricorderà l’artista. In quel gesto minimo si condensa una poetica che attraversa tutta la sua ricerca: l’arte come condizione, come relazione, come spazio condiviso.
Accanto alle esperienze più radicali, la mostra restituisce la dimensione più appartata ma altrettanto coerente del suo lavoro: telai, griglie di fili e corde tese, segni luminosi su fondi scuri, tessiture che non si impongono allo sguardo ma lo filtrano, lo rallentano. Opere che interrogano la percezione, il tempo dell’osservazione, la fragilità dell’equilibrio tra ordine e imperfezione.
Parallelamente, il percorso espositivo mette in luce un aspetto fondamentale e spesso invisibile della sua biografia: la lunga e intensa attività di collaborazione con alcuni dei maggiori artisti del suo tempo. Tra questi, Mario Ceroli, con cui ha lavorato per quarant’anni; Jannis Kounellis, con cui ha collaborato al montaggio di una mostra alla galleria La Tartaruga, preparando un’opera con polvere pirica che, bruciando, lasciava una traccia sul muro, lavoro poi rimontato insieme a Kounellis all’estero; Enrico Castellani, che ha trascorso molto tempo ospite nel casale di Plinio de Martiis a Rentica per realizzare alcune delle sue opere, costruendo insieme a Loreto una barca da lago; ha assistito Eliseo Mattiacci nel trasporto di una scultura in galleria; Cesare Tacchi, che lo ha supportato nell’allestimento di una mostra sempre alla galleria La Tartaruga; Cy Twombly, con cui ha condiviso numerosi weekend a Rentica, ricevendo in regalo alcuni suoi disegni; e Alberto Burri a cui ha scattato molte foto. A questi si aggiungono fotografi, poeti e intellettuali con cui ha intrecciato rapporti significativi. Queste collaborazioni vanno oltre la dimensione professionale e si trasformano in amicizie profonde, scambi, doni e memorie condivise, tutte documentate attraverso opere, dediche e materiali d’archivio.
La mostra non intende colmare un’assenza né costruire una tardiva celebrazione. Propone piuttosto uno sguardo diverso sulla storia dell’arte contemporanea, restituendo dignità a una figura che ne ha incarnato alcune delle tensioni più autentiche. Riscoprire Loreto Soro significa interrogarsi su cosa significhi davvero fare arte: non solo produrre forme, ma rendere possibile l’incontro, l’ascolto, l’armonia fragile di un gesto condiviso.