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Marco Bettocchi

Construction and Revelation in Venice with Marco Bettocchi

Construction and Revelation in Venice with Marco Bettocchi
Bologna-based artist Marco Bettocchi will be the subject of a critical study hosted in the Grenada Pavilion.
Type
Site-Specific Event
Artists
Duration
Friday 16 Ott 2026
Scheduling
16:00-18:00
Location
Spazio Berlendis
Address
Cannaregio 6301/A - 30121 VENEZIA [VE] Italia
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Codice CTKEMG - ID 4105 - UM 2026-10-06 15:50:17
Translation not available, Italian version shown

Nato a Bologna nel 1949, dove si forma al liceo artistico prima di laurearsi in Architettura a Firenze, Bettocchi inizia a esporre appena sedicenne: un debutto precoce che testimonia un rapporto con la pittura vissuto fin da subito come necessità, più che come scelta accademica. Dopo una prima fase legata all'espressionismo figurativo, Bettocchi orienta la propria indagine verso una versione del linguaggio più propriamente astratta, sviluppando una grammatica che intreccia olio diluito con trementina, carte traslucide colorate e terre raccolte sul territorio. Se inizialmente il segno si concentra su volti e presenze umane, cariche di tensione emotiva, con il passaggio all’aniconismo, Bettocchi abbandona la rappresentazione diretta per affidarsi interamente alla materia, lasciando che il supporto stesso diventi portatore di significato. Le veline sovrapposte introducono trasparenze e stratificazioni sottili che si alternano a impasti densi restituiti dalla terra stessa: una componente quasi geologica, coerente con l'idea di un tempo sedimentato che ritorna spesso nelle sue dichiarazioni. Il colore non viene semplicemente steso, ma riplasmato nel suo farsi: graffiato, in parte rimosso, sovrapposto più volte fino a perdere la propria origine e farsi esso stesso corpo. Il risultato è un equilibrio instabile, in cui l'ordine apparente della composizione convive con una spinta continua verso la disgregazione. L'impostazione per piani spezzati, quasi architettonici, lascia intravedere un riflesso della sua formazione da architetto, messa al servizio non dell'ordine ma della frammentazione emotiva: costruzione e rovina sembrano così convivere sulla stessa superficie, come due fasi alternate di un unico gesto pittorico. Nella sua ricerca si riconoscono echi di Afro Basaldella, con la sua tessitura cromatica sospesa tra memoria e astrazione, e la gestualità densa tipica di Emilio Vedova. Entrambi i riferimenti appartengono alla stagione dell'Informale italiano, quel filone che affidava alla pasta il compito di raccontare un vissuto interiore: una lezione che Bettocchi raccoglie e trasforma, portandola dentro un linguaggio personale, maturato lontano dai centri storici di quella tradizione.  Accanto alla pittura, l’autore coltiva da sempre anche la scultura, realizzata esclusivamente in legno e lavorata con mazzuolo, scalpelli e sgorbie: un'attività capace di restituire alle forme un vibrante senso di movimento. Nella sua ricerca più recente geometria e organicità si fondono, arricchite dall'inserimento del colore, un ritorno consapevole a soluzioni che il Maestro aveva già iniziato a esplorare negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Anche nel legno, del resto, si ritrova una logica non troppo distante da quella della sua pittura: la sgorbia toglie materia, la scalpellatura la libera, in un processo che avvicina la scultura di Bettocchi più all'atto di rivelare una forma già presente nel blocco che a quello di costruirla da zero. Il lavoro, che verrà presentato al pubblico a Venezia il 16 Ottobre, “Lontano dai sepolcri celebrati”, nasce dal rifiuto dichiarato di luoghi consacrati, memorie ufficiali e monumenti che raccontano solo una parte della storia. Sulla tela, masse bianche e nere si scontrano come fossero pensieri in conflitto, mentre il bianco prova invano a fare da mediatore; in un angolo, un unico bagliore dorato si svela. Un vuoto strutturale a destra incornicia una carta bronzea, memoria di un sepolcro celebrativo, mentre lo spessore materico del supporto - quasi cinque centimetri - dà all'opera la fisicità di un rilievo più che di un dipinto. In riferimento all’opera in esame il Maestro spiega: “Ho voluto allontanarmi dai luoghi consacrati, dalle memorie ufficiali e dai monumenti che raccontano solo una parte della storia. Ho scelto un cammino irregolare, frammentato, più vicino alla carne che alla pietra. Le superfici lacerate e sovrapposte parlano di un tempo vissuto, stratificato, dove il colore […] cerca verità. Il nero e il giallo si scontrano come pensieri in conflitto, mentre il bianco tenta invano di mediare. In alcuni punti, la tela si apre — volutamente, brutalmente — a mostrare ciò che sta dietro: non una ferita, ma uno svelamento. È lì che il silenzio prende forma, lontano dal fragore delle glorie imposte. A destra, un vuoto strutturale — un traliccio spoglio — incornicia una carta bronzea, dorata, memoria lucida di un sepolcro celebrativo. Intorno, il giallo si espande come un alone sacro e distante. Ma tutto ciò che lo circonda è umano, terreno, mutevole […] Questo lavoro […] è cercare nel buio, tra i margini dimenticati, una voce più onesta, più fragile, forse più umana.”

Breve Bio di Marco Bettocchi

Tra le tappe più significative vissute dalla ricerca del Maestro sicuramente è da segnalare, nel 2018, il trasferimento a Capo Verde, dove rimane per cinque anni: un'esperienza che apre la tavolozza a nuove luci e contrasti. Le personali di São Vicente – tra cui «Luas pretas» (2020), e l'antologica «Opus Incertum 1966-2016» (2020), oltre a «A Grande Ilusão» (2022) – documentano proprio questa evoluzione espressiva, prima del ritorno alle esposizioni italiane. Il suo è un itinerario iniziato già negli anni Settanta e mai più interrotto: tra gli appuntamenti ultimi si ricordano, a titolo non esaustivo, la mostra "Opera con vista" al Museo Diocesano e Capitolare di Terni (2025) e la partecipazione a "La grazia della fragilità", alla Pinacoteca Comunale Palazzo Vitelli alla Cannoniera di Città di Castello, in Umbria (2026). Tra gli inviti esteri si segnalano: Dubai, Pechino, Barcellona, Madrid. Il Maestro è catalogato nell’Atlante dell’Arte Contemporanea n.74, Giunti editore. A questa presenza editoriale è seguito un approfondimento critico sull’arte del Maestro, svolto nell’ambito della presentazione internazionale dell’Atlante dell’Arte Contemporanea, il 19 giugno 2026, al The Celeste Bartos Theater 3 del Museum of Modern Art (MoMA) di New York.

 

 

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