Suburra o Kalokagathìa?
A cura di Sofia Marzorati
Provocante e provocatorio, irriverente e graffiante, incisivo e risoluto, Eva Killer Dog è parte integrante del mondo artistico romano da tempo. La sua figura si impone con forza e veemenza sulla scena e non ammette repliche. Ha dentro di sé l’innata capacità di scuoterci, di farci riflettere ma, al tempo stesso, di lasciarci attoniti e paralizzati. Il suo esistere va inevitabilmente a scardinare un ordine, tale o presunto, a cui, un po’ per abitudine e un po’ per inerzia, ci siamo incautamente arresi. Eva Killer Dog non fa distinzioni di ceto, di genere, di credo religioso o politico. Si incarna democraticamente in ogni essere umano, mettendone alla berlina le fragilità, i punti deboli e i peccati nascosti. Il suo intento è quello di denunciare e di opporsi a quel male sordo, a quel sottobosco di potere occulto e nero che si insinua silenziosamente, pronto a colpire là dove sa di fare centro. A discapito di chi? Dei più deboli, di chi, un po’ per incoscienza e un po’ per eccessiva bontà, si lascia cogliere impreparato e finisce vittima del suo morso fatale. Fino al 30 maggio lo troveremo da Wav, nell’iconico e scintillante quartiere Monti. La scelta di questo suo domicilio provvisorio è tutt'altro che casuale. L'antica Suburra, storico teatro di malavita, perdizione e malaffare, si rivela lo sfondo ideale per generare una potente antitesi: un contrasto stridente tra la miseria morale delle bassezze umane e l'ideale classico della kalokagathìa, quel kalòs kaì agathòs con cui gli antichi greci celebravano la perfetta armonia tra la bellezza esteriore e la nobiltà d'animo.