Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Viaggio nell’arte del dolore

L’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo fa ripiombare il mondo nell’incubo della guerra. Con il rischio del ricorso alle armi nucleari.

Grido di dolore I

Assuefatti, dopo due anni di pandemia, al mesto rituale del conteggio delle vittime assistiamo sgomenti alle stragi di civili perpetrate in Ucraina. La morte nelle corsie d’ospedale, la morte nelle strade. I bollettini medici vengono zittiti dal rumore delle bombe. Le immagini delle città deserte, per il virus allora, per la guerra oggi. Sui teleschermi passano le file interminabili di profughi in cammino, tragica transumanza alla ricerca di un futuro, un futuro qualsiasi. Ecco, se vi è una cosa che ci stanno insegnando questi anni terribili è a vivere senza futuro. Il futuro è un lusso che non ci possiamo permettere. “Sopravvivere” sembra la parola d’ordine di queste giornate devastanti e devastate. Da qualche parte si evoca addirittura l’incubo di un conflitto nucleare. Un’idea che credevamo di aver allontanato dalle nostre vite alla fine della guerra fredda. Di fronte a tanto orrore, troppo e tutto insieme, l’arte geme, innocente creatura ferita, incapace in questi frangenti di urlare la bellezza del mondo, i capolavori immortali sono sovrastati dall’oscena estetica della guerra. La Scuola di Atene di Raffaello o la Pietà di Michelangelo non possono fermare i carrarmati. Agli artisti non rimane altro che lanciare il loro grido di dolore, nella speranza di essere, almeno per una volta, ascoltati.

Il dolore ha da sempre percorso l’arte, dalle Pietà, con il corpo di Gesù privo di vita steso sulle gambe della Vergine dolente, alle Deposizioni, con i personaggi storditi dall’afflizione, alle disperate donne urlanti del Compianto su Cristo morto (1485) di Niccolò dell’Arca. Nel Novecento, secolo di due guerre mondiali, il dolore diventa protagonista assoluto nell’arte. In Inghilterra vi sono addirittura i cosiddetti “pittori di guerra” che ricevono sovvenzioni dall’esercito britannico per rappresentare alcune situazioni belliche. Il grande scultore Henry Moore, famoso per le sue statue astratte di figure recumbenti, realizza una serie di acquerelli nei quali ritrae la popolazione ammassata nelle gallerie della metropolitana per sfuggire ai bombardamenti aerei. Paul Nash dipinge tele con resti di aerei abbattuti dal fuoco nemico. Un’autentica poetica delle rovine in cui le carcasse dei veivoli, immortalate nel deserto di lande desolate, rievocano i momenti successivi agli scontri quando un silenzio surreale avvolge tutte le cose. Alcuni artisti, invece, riportano le proprie drammatiche esperienze personali nei loro lavori come Jean Fautier il quale vive sulla propria pelle il dramma della Francia invasa. Per sfuggire alla persecuzione da parte della gestapo, l’artista parigino si rifugia in una clinica per malati di mente. Qui di notte assiste alle torture e alle fucilazioni che i nazisti infliggono ai prigionieri francesi, i cui corpi senza vita vengono lasciati in terra. Dal trauma di questa devastante esperienza nasce la serie delle Téte d’otages, opere nelle quali il colore steso e amalgamato direttamente sul supporto diviene una pasta densa che l’artista manipola con colpi di spatola fino a rendere la parvenza di una testa umana. Una testa tragicamente maciullata, quasi irriconoscibile dopo i tormenti ai quali è stata sottoposta. Le sofferenze del popolo francese di fronte all’occupazione tedesca si innerva in una putrefazione della carne che diventa il marchio di fabbrica della produzione di Fautier.

In Italia la tragedia della guerra si sovrappone agli anni di dittatura fascista amplificando un dolore già presente nella popolazione. Dal 1938 al 1940 viene pubblicata la rivista Corrente intorno alla quale si coagula un gruppo di letterati e artisti che si caratterizza per l’opposizione alla retorica fascista. Un punto di riferimento fondamentale è la Spagna e molti antifascisti italiani prendono parte alla guerra civile che tormenta la penisola iberica. Per gli artisti di Corrente l’opera Guernica di Pablo Picasso diviene oggetto di studi e dibattiti. Un altro episodio drammatico della guerra civile riceve grandi attenzioni: la fucilazione del poeta e scrittore Federico Garcia Lorca perpetrata dai franchisti nel 1936.  Il tragico avvenimento ispira Renato Guttuso per per la sua tela Fucilazione in campagna (1939). Anche Aligi Sassu volge il suo sguardo verso gli orrori della guerra civile spagnola con Fucilazione, Spagna, 1937 (1939). Gli artisti di Corrente nel 1940 cominciano a esporre presso la galleria la Bottega di Corrente. Negli anni della guerra, però, il fascismo non vede di buon occhio le esposizioni del gruppo e comincia a incarcerare gli artisti e a diffidarli dal proseguire nella loro produzione fino a quando nel 1943 chiude la galleria. In quegli anni terribili anche Giacomo Manzù si fa testimone delle violenze fasciste e naziste. Il classico tema sacro della Deposizione (1939-1943) viene rivisitato e attualizzato dallo scultore per simboleggiare lo strazio della popolazione italiana nell’epoca della seconda guerra mondiale. Di fronte a Cristo appeso alla croce per un braccio si staglia la figura, obesa e pesante, di un militare il cui elmo chiodato dichiara, senza possibilità di errore, la sua appartenenza all’esercito nazista. Si tratta di un bassorilievo in bronzo che drammaticamente esprime la protesta dell’artista di fronte alla guerra e alla violenza nazista. Emblematicamente il Cristo appeso simboleggia l’umanità dolente mentre il tronfio generale di fronte a lui incarna il militarismo e la follia che connota i guerrafondai. Alla stessa temperie culturale fa riferimento la statua in bronzo di Pericle Fazzini  Il fucilato (1946-1951) che raffigura l’uccisione di un partigiano. L’opera è siglata da un pronunciato verticalismo con la figura della vittima legata a un palo, sconciamente denudata, inutile e irriverente sfregio da parte degli aguzzini, e la testa oramai senza vita è abbandonata sulla spalla. La scultura si eleva a simbolo del dolore universale e con il suo arcaizzante realismo dichiara la partecipazione diretta degli artisti alle sofferenze causate dalla seconda guerra mondiale.

Il viaggio nella materia di Alberto Burri può essere inteso anche come un  percorso nel dolore. La sua vita, d’altro canto, aveva conosciuto l’angoscia della guerra quando nel 1943, in Tunisia in qualità di ufficiale medico, viene fatto prigioniero dagli alleati e detenuto nel campo di Hereford in Texas. E’ qui che Burri trova la propria vocazione di artista e decide di abbandonare la carriera di medico. Le tracce di una tale dolorosa esperienza possono essere rinvenute nelle tele di juta delle  sue opere: lacerate, strappate e poi ricucite con la mano paziente del dottore che applica punti di sutura per richiudere le ferite. La tela con i suoi strappi richiama le sofferenze patite e l’artista, chirurgo dell’anima, cerca di medicare le lesioni. Una rievocazione del dolore ancora più potente può essere avvertita in opere quali Rosso Plastica (1962) in cui l’intervento della fiamma ossidrica brucia la materia carbonizzandola in neri crateri dolenti e in altri punti sciogliendola, lento liquefarsi in rosse lacrime di disperazione. Saranno poi le screpolature dei Cretti, nello sfaldarsi delle linee infinite della “craquelure”, nell’ essiccarsi della materia a significare l’ansia, il tormento che l’artista doveva sentire nel profondo, segnato come era dall’esperienza della guerra e della prigionia.

All’idea di dolore è improntata la ricerca di alcuni esponenti dell’azionismo viennese, esperienza artistica alla quale si inscrivono le performance dell’artista austriaco Hermann Nitsch. La sua attività si concretizza in rituali sacrificali, che arrivano ad assumere l’aspetto di vere e proprie messe sataniche, durante le quali il sangue animale viene sparso sulle persone presenti. Gli artisti dell’azionismo viennese spingono le loro ricerche, legate alle forme più estreme della body art, al confine tra creatività, vita e morte. Le pulsioni sadomasochistiche raggiunte da alcuni azionisti sono  di tale intensità da giustificare la leggenda riguardante Rudolf Schwarzkogler, il quale sarebbe morto suicida durante una performance estrema. Secondo tale ricostruzione l’artista sarebbe deceduto per le mutilazioni autoinflitte. In realtà sembra che Schwarzkogler si sia gettato dalla finestra della sua stanza. Il limite della morte, come punto estremo di dolore, viene toccato da alcune performance masochistiche di artisti della body art. Chris Burden, nel lavoro Shooting Piece si fa sparare a un braccio riportando una leggera ferita mentre in Deadman si fa lasciare, chiuso in un sacco, in una trafficata strada cittadina. Questa enfatizzazione del dolore raggiunge vertici parossistici nell’opera della francese Orlan che si sottopone a una serie di interventi di chirurgia plastica fedelmente documentati da registrazioni video e fotografie.

Un viaggio nel dolore nell’arte non può prescindere da quella che, nel Novecento, è l’opera-manifesto della critica all’insensatezza della guerra, Guernica (1937) di Pablo Picasso. Durante la guerra civile spagnola la Germania nazista interviene bombardando l’indifeso paese di Guernica e Picasso esprime la propria denuncia dell’atrocità di tale azione nell’enorme tempera su tela (3,5 x 7,82 m) conservata a Madrid al Centro de Arte Reina Sofia. Il pittore di Malaga evita qualsiasi accento granguignolesco evitando di esibire il rosso del sangue (l’opera è giocata sul bianco, sul nero e sul grigio) e le stesse membra staccate dai corpi dalle bombe vengono “sterilizzate” dall’accentuata stilizzazione delle figure. Picasso non vuole ottenere ripugnanza o repulsione nello spettatore, non si rivolge ai sensi, all’istinto, ma alla ragione, alla capacità dell’uomo di formarsi un proprio giudizio morale, di emettere la propria sentenza di fronte all’orrore che ha davanti a sé. L’artista di Malaga non dà punti di riferimento ambientali o geografici, la sua protesta non riguarda quello specifico episodio bellico ma la guerra in generale, qualsiasi guerra. Corpi deformati, visi grottescamente atteggiati in espressioni stravolte, forme tragicamente intrecciate le une alle altre: l’ordine naturale è stato stravolto, la normalità è stata sconvolta per sempre. In mezzo a tanto disastro due lampadine tentano di mantenere vivo il lume della ragione.

Grido di dolore II

Basta. Le parole sono finite. Non ne abbiamo più. Basta telegiornali con immagini di terapie intensive o di gente disperata che fugge dalla guerra portando con sé i pochi brandelli di una vita che non gli appartiene più. Basta con tutto questo dolore. Da tempo oramai portiamo sulle nostre fragili spalle tutto il male del mondo. Ora basta. Vogliamo perderci nel sorriso innocente di un bambino, ascoltare i sogni a occhi aperti di un ragazzo che vede aprirsi un mondo di opportunità di fronte a sé. Vogliamo parlare di un futuro luminoso e sereno, scrivere di opere d’arte che inneggiano alla vita, aprirci a una fragorosa risata che in un attimo cancelli virus, guerre, dolori, distruzioni. Uniamo le nostre stremate forze per costruire un futuro degno di essere vissuto per i nostri figli.

Amen.

15 Aprile 2022

Fabio Massimo Penna

Laureato in Lettere, è giornalista pubblicista ed editor. Ha scritto su varie testate sia cartacee che online, occupandosi prevalentemente di arte, cinema e letteratura. Il suo interesse è rivolto in particolar modo alle contaminazioni e interconnessioni tra le varie forme espressive e creative.

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