Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Una magnifica denuncia

Nel rosso del sangue il grande fotografo americano James Nachtwey riesce a trovare il linguaggio di una protesta indispensabile

“È l’erede di Robert Capa” , si sente dire ogni volta che si pronuncia il nome di James Nachtwey, e forse quest’eredità per certi versi crudele, di un destino che spedisca un grandissimo fotografo nei teatri di guerra più cruenti, tra le scene dell’orrore più imperdonabile che il genere umano si ritrovi a commettere, può essere vista come una maledizione ma anche come un riscatto, una confessione salvifica, una speranza che alla fine si comprenda quanto sia stupido e vergognoso continuare a inventarsi i conflitti e i conseguenti inutili, atroci massacri, dove il rosso del sangue domina la scena indisturbato. Prima dell’avvento della fotografia, ma anche durante il suo faticoso inizio ottocentesco,  la guerra non era stata mai documentata sul serio.  Le cataste di morti sembravano complici di una situazione più o meno accettata dalla società. “I soldati che tornavano avevano un segreto che potevano condividere solo con chi in guerra c’era stato”, avverte Robert Stone in un magnifico saggio. La grave missione di presentare il conto e mostrare il vero volto dell’orrore tocca ai volontari dell’informazione, con immagini che arrivano come una secchiata d’acqua gelida anche sulla coscienza dei più distratti. L’aspetto romantico della guerra finalmente viene retrocesso al ruolo di disgustosa fandonia. Ma tutto questo ha un prezzo. La vita dei giornalisti e dei fotoreporter che realmente si sono impegnati a documentare il rosso del sangue di una guerra è devastata per sempre. Non esiste un momento di evasione, non ci sarà più, mai più, le immagini che ci consegnano sono cicatrici in una memoria sempre pronta a risputarle tali e quali a quelle viste, inquadrate e scattate.

 James nasce a Syracuse, nello Stato di New York il 14 marzo 1948, e dopo aver studiato Storia dell’Arte e Scienze Politiche al Darmouth College dove consegue la laurea, nel 1976 comincia a lavorare come fotogiornalista nel Nuovo Messico per un quotidiano locale, l’”Albuquerque Journal”. Ma presto preferisce la libertà: diventa freelance e si trasferisce a New York. Dal 1981 diventa un vero fotoreporter di guerra col suo primo incarico nell’Irlanda del Nord, cui segue la Palestina, il Libano, il Nicaragua, l’Honduras, il Salvador, le Filippine, il Sudan, l’Uganda, l’India, la Corea,  per parlare solo degli anni Ottanta, al termine dei quali ha già vinto per tre volte la medaglia d’oro Robert Capa, che in seguito vincerà altre due volte, insieme a due World Press Photo Award e a sette volte il titolo di fotografo dell’anno, oltre a tanti altri prestigiosi riconoscimenti. Dal 1984 collabora con “Time” e ha fatto parte dell’agenzia Black Star, dove Howard Chapnik, che Nachtwey definisce “uno studioso, un gentiluomo ed un vero evamgelista della fotografia” lo sostiene in ogni modo. Poi è stata la volta della leggendaria Magnum, dal 1986 al 2001 e della VII, che fonda nel 2001 insieme ad altri eccellenti reporters ma che poi lascia nel 2011. Le sue foto vengono esibite in prestigiose mostre nei musei di tutto il mondo, all’International Center of Photography di New York, alla Bibliotheque Nationale de France a Parigi, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, al Museum of Photographic Art di San Diego, ne El Circulo de Bellas Artes a Madrid, al Culturgest di Lisbona e in molti altri. Nel 2001 Christian Frei  gira un documentario su di lui, dal titolo “War Photographer”, accolto dalla critica con grande interesse, e si guadagna una nomination all’Oscar come Miglior documentario. Più in particolare è necessario sottolineare una mostra dal titolo “Memoria”, al Palazzo Reale di Milano nel 2018, dove ognuno poteva fare i conti con le sue testimonianze rosso sangue, perché in 200 fotografie si ripercorre tutta la sua carriera. Nel guardare quella rassegna non c’è  un solo momento privo di vergogna per la nostra incapacità di fare qualcosa, sensazione forse emotiva, forse adolescenziale, ma inevitabile. Saltano agli occhi le cicatrici di colpi di machete sul volto di un ragazzo, un sopravvissuto di un campo di sterminio Hutu in Ruanda nel 1994. Ma a ben guardare a volte il sangue non c’è. Nel Sudan, nel 1993, la fame aveva ridotto gli uomini a scheletri in grado solo di strisciare, e di sangue non ne avevano praticamente più.

 “I have been a witness, and these pictures are my testimony. The events I have recorded should not be forgotten and must not be repeated” (Sono stato un testimone e queste immagini sono la mia testimonianza. Gli eventi che ho documentato non dovrebbero essere dimenticati e non devono essere ripetuti), ci dice Nachtwey, con tanta speranza ma anche la consapevolezza che il sangue, rosso e agghiacciante, continuerà a scorrere.

15 Maggio 2022

Roberto Vignoli

Roberto Vignoli ha lavorato con le agenzie fotografiche Image Bank, Action Press, Granata Press, Grazia Neri, MaxPPP, Luz Photo, per 12 anni e' stato responsabile degli Esteri all'ufficio fotografico dell'"Espresso", ha fatto piu' di cento mostre fotografiche in Italia, Francia Ungheria, Argentina, Cuba, Stati Uniti, Turchia e Australia, insegna fotografia di architettura al Centro Sperimentale di Fotografia a Roma e collabora con il quotidiano "La Ragione".

Commenti

Disclaimer Fotografie

Le fotografie presenti in questo articolo sono di pubblico dominio oppure state fornite dall’autore dell’articolo che ne assume la piena responsabilità per quanto concerne i diritti di riproduzione. Questo disclaimer è da considerarsi piena manleva nei confronti dell’editore. Se il tenutario dei diritti volesse richiederne l’eliminazione o l’apposizione di particolari crediti è pregato di scrivere a redazione@e-zine.it