Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Novecento. Un secolo all’insegna della materia

Il Novecento vede la nascita e lo sviluppo di ricerche tese a rinnovare l’arte che, a fine Ottocento, aveva dato segni di stagnazione, di una incapacità di staccarsi dalla tradizione che non poteva non portare al vuoto accademismo e alla ripetitività di esperienze già note e consolidate. L’arte, però, ha bisogno del rischio, dell’incertezza, della ricerca di originalità a costo dell’incomprensione e dell’insuccesso. In questa situazione viene rivolta attenzione più che ai significati e al senso delle opere alla materia stessa impiegata dall’artista e tante sono le sperimentazioni in tale campo.

Una ricerca artistica del Novecento che opera nel senso di una nuova attitudine verso la materia è sicuramente quella che riguarda il “collage” che trova la sua principale declinazione in ambito cubista e futurista. In sintesi queste opere si risolvono “nel prelievo di materiali già esistenti nella realtà (carte, pezzi di giornale, legno ed altro) e nella loro incorporazione all’interno del quadro” (Martina Corgnati-Francesco Poli, Dizionario dell’arte del Novecento, Pearson Paravia Bruno Mondadori, 2008). Ritagli di carta e pezzi di legno vengono investiti di un valore estetico. I lavori con l’inserimento di carta da parati e inserti di quotidiani vengono anche definiti “papiers collès” (carte incollate). In una sorta di effetto straniante gli inserti possono acquisire un valore esclusivamente formale, per cui contano solo in quanto forme “pure”, mentre in altri casi “hanno l’incarico di rappresentare se stessi come i ritagli di giornale che, in linea di massima, alludono proprio alla presenza del giornale su un tavolo, come elemento di una natura morta” (Pierluigi De Vecchi-Elda Cerchiari, Arte nel tempo- dal postimpressionismo al postmoderno, Gruppo editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1991). Si tratta dell’impiego di oggetti comuni che preannuncia l’arte polimaterica. Di queste straordinarie ricerche si devono ricordare almeno risultati di alto valore quali Violino e fruttiera (1919) del Filadelfia Art Museum e Bottiglia di Vieux Marc (1913) del Musée National d’Art Moderne di parigi, entrambi di Pablo Picasso, e Piccola velocità (1913) di Ardengo Soffici del Civico Museo d’Arte Contemporanea di Milano.

Anche in fatto di materia, la prima delle avanguardie storiche, il futurismo, precorre i tempi. Umberto Boccioni già nel 1912 realizza sculture in direzione polimaterica. In Fusione di una testa e di una finestra inserisce brani di realtà aggiungendo un autentico frammento di telaio di legno e una parrucca che va ad adornare la testa di una figura. Sempre nel 1912 l’artista di Reggio Calabria innesta nell’opera  Testa + casa + luce una ringhiera metallica. A raccogliere il testimone di tale ricerca è un altro futurista, Enrico Prampolini. L’artista fa dell’opzione polimaterica il proprio marchio di fabbrica. La predilezione per questa modalità espressiva porterà Prampolini a dare una base teorica a questi suoi studi con la pubblicazione, nel 1944, del saggio Arte polimaterica. L’arte polimaterica è considerata come una vera e propria forma espressiva “altra” rispetto alla pittura e la scultura. Il suo ciclo di opere intitolate Intervista con la materia esplicita la direzione nella quale vanno intesi tali lavori. Per il pittore di Modena l’arte polimaterica è quella che meglio permette di ottenere la rappresentazione oggettiva dell’impossessamento dello spazio da parte di quelle forme-forza che incarnano le nozioni di simultaneità e di ribaltamento prospettico che innervano la poetica dell’aeropittura futurista. Pezzi di corda, sughero e spugne concorrono alla realizzazione di lavori di straordinaria modernità. Il polimaterismo diviene la via di Prampolini all’arte astratta.

Autore di opere (merz) realizzate accatastando in una camera gli oggetti più disparati, Kurt Schwitters professa apertamente la sua predilezione per la materia rispetto alle componenti pittoriche affermando: “non vedo la ragione per cui vecchi biglietti, sugheri, scontrini da guardaroba, fili e pezzi di rotelle, bottoni e vecchie cianfrusaglie non debbano essere materiale pittorico altrettanto valido quanto i colori fatti industrialmente” (Martina Corgnati-Francesco Poli, op. cit.). Punto di approdo di un tale approccio teorico è il Merzbau, gigantesco collage in tre dimensioni, composto da oggetti raccolti e strutture in gesso e legno, che arriva a occupare completamente una stanza dell’abitazione dell’artista. Un’ altra direzione del lavoro di Schwitters e l’inserimento sulla tela degli oggetti trovati che formano gli “assemblage”. Vanno considerate in questo senso le parti metalliche incollate sul quadro Orbite (1919) della Malborough-Gerson Gallery di New York. Il dipinto mostra una ordinata struttura geometrica nella quale si inseriscono frammenti di realtà casualmente e confusamente prelevati dal mondo concreto e reale.

Negli anni Cinquanta e Sessanta la temperie culturale dell’Arte Informale attraversa il mondo dagli Stati Uniti all’Europa portando con sé una nuova concezione dell’atto estetico. Un idioma immediato e istintivo collegato alle pulsioni profonde dell’Io che si esprime  nel gesto o nella corposità della materia. Proprio la declinazione materica dell’Informale assume grande importanza attraverso l’accumulo di densi strati di colore sulla tela o con l’inserimento sul supporto di oggetti prelevati dalla realtà. Nel contesto dell’arte informale, che esclude dalle proprie ricerche qualsiasi forma di figurazione, acquista centralità la materia stessa di cui è formata l’opera. Nel campo pittorico è lo stesso pigmento dei colori a essere elevato a valore estetico. Da veicolo di un messaggio la materia diventa il messaggio stesso. Nascono impasti di colore fitti e densi, alle volte spremuti senza mediazioni sulla tela, che raggrumandosi ottengono una volumetria tangibile, arrivando al punto di donare al dipinto una qualità quasi scultorea. In questa direzione ha un valore emblematico l’opera di Jean Fautier, segnatamente la serie degli Otages, in cui dall’impasto materico formato da tempera e colla sembrano emergere le immagini dei malridotti volti delle persone tenute prigioniere dagli invasori nazisti.

In ambito dell’informale materico molto avanzati sono i lavori di Antoni Tapies che spinge la sua ricerca fino alla tautologia assoluta; l’artista non si propone più di rappresentare gli oggetti ma di proporli direttamente così come sono sulla tela. Si tratta di materiali che in precedenza non rientravano nel lessico pittorico e che possono venir aggiunti direttamente all’opera o venir evocati attraverso il calco nella compatta pasta cromatica. In tale opzione acquista valore paradigmatico il tema del muro. La stesura del pigmento granuloso sulla tela rende l’idea di una parete scabra, rustica.

In Italia spicca la ricerca di Alberto Burri. Nell’opera dell’artista umbro il quale, occorre ricordarlo, aveva subito un periodo di prigionia a Hereford nel Texas, la materia bruciata, lacerata, segnata da strappi e cuciture, viene elevata a simbolo della sofferenza umana. Quello che Burri compie all’interno della materia è un vero e proprio viaggio che inizia nel 1948 con la serie di opere i Catrami. Ma è nel 1950 che l’artista di Città di Castello sconvolge il mondo dell’arte con i primi Sacchi. La materia povera e squarciata pare simbolicamente narrare la sua storia dallo stato di abbandono al recupero con rattoppamenti e rammendi fino all’elevazione a valore estetico. Questi lavori sono accompagnati da un clima di incomprensione e ostracismo tanto che un deputato presenta una interrogazione parlamentare per esaminare le motivazioni per le quali la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma aveva acquisito una di queste opere. La reazione più sproposita si ha nel 1971 a Torino quando, a seguito delle rimostranze di una visitatrice, una sua mostra alla Galleria d’arte moderna viene fatta chiudere dall’ufficio d’igiene. Se non siamo al linciaggio poco ci manca. Il tempo, però, rende giustizia alla modernità e originalità dell’artista umbro che continua a investigare la materia con le Plastiche. Le plastiche tormentate dalla fiamma ossidrica, con il suo dolente portato di ustioni, generano le Combustioni. Negli anni Settanta Burri approda a una nuova fase della sua ricerca, quella dei Cretti. La ceramica abbinata a caolino e resina si screpola, si frammenta dando vita al “craquelure”, intrico di spaccature. Sembra quasi che l’artista abbia voluto trasformare in immagine l’espressione “andare in pezzi”. Negli stessi anni la ricerca sulla materia del maestro di Città di Castello giunge a conclusione con i“Cellotex”, brani di cartone industriale pressato.

Con Burri condivide l’esperienza del gruppo Origine Ettore Colla, artista che dedica parte del proprio lavoro alla ricerca di ferri di recupero industriali. Trovati oggetti metallici la cui forma stimola la sua fantasia, Colla li monta insieme dando vita a sculture, i suoi famosi assemblages. Questa capacità favolosa di trovare e costruire con strutture di ferro abbandonate recupera la possibilità di ricorrere alla immaginazione, facoltà questa che la società moderna sembra aver inibito anche negli spiriti ribelli e anticonformisti. Una poetica dello “scarto” che rinviene la spiritualità anche negli oggetti ordinari e banali.

22 Settembre 2022

Fabio Massimo Penna

Laureato in Lettere, è giornalista pubblicista ed editor. Ha scritto su varie testate sia cartacee che online, occupandosi prevalentemente di arte, cinema e letteratura. Il suo interesse è rivolto in particolar modo alle contaminazioni e interconnessioni tra le varie forme espressive e creative.

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Nello stato solido i costituenti della materia sono legati da forze molto intense che consentono soltanto moti di vibrazione attorno a posizioni di equilibrio; Dalle avanguardie del novecento ad oggi il pensiero creativo ha trasformato la materia in un elemento magico,, talvolta disturbante, ma sempre adatto per una visione sensibile del mondo, che sia reale o immaginario.

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