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Self-Mythology è un progetto che si configura come un’indagine visiva e simbolica sul maschile, costruita attraverso una serie di teli pittorici monocromatici realizzati su stoffe di uso domestico. L’impiego di acrilico nero e bianco, steso senza occultare completamente la trama del tessuto, lascia la superficie come elemento attivo e vibrante dell’immagine: la stoffa non è semplice supporto, ma corpo essa stessa, pelle che assorbe e restituisce il gesto pittorico.
Il ciclo nasce come riflessione sulla costruzione di una mitologia personale e autoreferenziale. L’artista mette in scena un immaginario in cui il maschile si autorappresenta, si celebra e al tempo stesso si imprigiona nella propria narrazione eroica. Le figure evocate sembrano appartenere a un pantheon privato, in cui archetipi patriarcali – guerriero, atleta, dominatore, martire – vengono isolati, reiterati e portati a una tensione estrema, fino a rivelarne la fragilità strutturale.
Alla base del progetto si colloca la polarità concettuale tra impulso dionisiaco e tensione apollinea, secondo la nota dicotomia formulata da Friedrich Nietzsche ne La nascita della tragedia. Da un lato, la forza dionisiaca si manifesta come eccesso, perdita di controllo, espansione caotica e desiderante del corpo; dall’altro, l’istanza apollinea impone disciplina, misura, contenimento formale. Nei teli questa oscillazione non si risolve mai in equilibrio stabile: genera piuttosto immagini sospese, attraversate da una tensione continua, come se ogni figura fosse colta nel momento preciso in cui l’ordine rischia di cedere all’istinto, o viceversa.
Il corpo diventa così il campo di battaglia di queste forze contrapposte. Deformato, frammentato, talvolta ambiguo nella definizione dei tratti sessuali, esso si carica di una dimensione perturbante ed erotica. L’erotismo non è mai esplicitamente celebrativo, ma appare come energia compressa, trattenuta o distorta; ciò che emerge è una corporeità segnata da tratti oggi percepiti come nevrotici, repressivi e castranti. La mitologia personale si rivela allora dispositivo critico: smonta dall’interno le narrazioni egemoniche del maschile, mostrandone l’aspetto performativo e la componente fragile, quasi teatrale.
Il linguaggio visivo, figurativo ma ridotto all’essenziale, accentua questa dimensione archetipica. L’uso esclusivo del bianco e nero elimina ogni distrazione cromatica, concentrando l’attenzione sul contrasto, sulla silhouette, sul rapporto tra pieno e vuoto. La trama del tessuto affiora come memoria domestica e quotidiana, introducendo una tensione ulteriore tra intimità e monumentalità: ciò che appare come mito si radica in materiali comuni, vulnerabili, lontani dalla retorica eroica.
Il formato flessibile dei teli, sospesi e non rigidamente incorniciati, consente un dialogo diretto con lo spazio espositivo. Le opere si comportano come presenze mobili, adattabili, quasi rituali. Più che quadri tradizionali, si presentano come arazzi contemporanei: superfici narrative che evocano pratiche arcaiche di racconto visivo e al tempo stesso le sovvertono. Installate nello spazio, le stoffe assumono una dimensione ambientale, invitando lo spettatore a confrontarsi fisicamente con immagini che non sono solo da guardare, ma da attraversare con lo sguardo e con il corpo.
In Self-Mythology, dunque, la pittura diventa strumento di scavo identitario e dispositivo critico: un luogo in cui il maschile si mette in scena, si interroga e si incrina, oscillando incessantemente tra desiderio di controllo e pulsione di abbandono.