Contemporary Art Magazine
Autorizzazione Tribunale di Roma
n.630/99 del 24 Dicembre 1999

Il Blu di Togo

C’è un artista siciliano Enzo Migneco, in arte Togo, che per una vita ne ha ascoltato la voce trasformandola in colore

Chiudiamo gli occhi e pensiamo a un paesaggio di mare: sicuramente dominante sarà il blu dell’acqua e l’azzurro del cielo, perché la nostra immaginazione ha smarrito il senso del sacro, dell’infinito, della grande cupola che chiude il mondo dell’uomo. Il cielo è necessariamente azzurro, tranne i tramonti, il cielo ormai ci appare muto, anche se non è vero: qualcosa di primordiale continua ad agitarsi nelle nostre emozioni. Lo sky line di New York e quello di Dubai cercano di graffiare la sua immensità, l’immagine degli aerei che schiantano le Twin Towers hanno qualcosa che va oltre la cronaca, un secolo fa l’ombra dei dirigibili tedeschi Zeppelin sulle città d’Inghilterra, pronti a bombardare mentre sorvolano in silenzio, gli uccelli di Hitchcock e gli elicotteri iconici di Apocalypse Now: anche oggi il cielo ci parla, con una base logica ma scatenando atavici timori.

Cielo guardato dagli occhi di Romolo in cerca di un segnale, colorato dall’arcobaleno, solcato dal volo degli stormi, illuminato dalla stella cometa, omaggiato dalla mente romana che lo accoglie allo zenit nel Pantheon. C’è un artista siciliano Enzo Migneco, in arte Togo, che per una vita ne ha ascoltato la voce trasformandola in colore, strappando il blu dai suoi paesaggi, perché il cielo azzurro vive nella nostra mente mentre ogni variazione è un messaggio, è la voce dell’infinito. Togo è nato nel 1937 a Milano ma resta siciliano nel sangue e soprattutto nel conoscere il mondo: lo fa a Messina, dai racconti della famiglia, dai suoi anni di gioventù, dal rapporto intenso col mare, dalla sanguigna volontà di appropriarsene violandone l’argenteo fremito di vita nelle battute di pesca subacquea, galleggiando sospeso nel silenzio delle profondità mentre sopra e lontano riverbera il sole, lo sfida attraversando lo Stretto in equilibrio sul tumulto delle onde.

La vita è esperienza, la rappresentazione è teatro: Togo racconta, ha il seme della narrazione epica perché ha vissuto ripetutamente la sfida con gli elementi. E’ un eroe consapevole delle lotte impari perché a soccombere, è sempre il transitorio di fronte alla potenza ineluttabile del mare e delle isole. Tutto ruota, galleggia, si aggrappa: le barche alla superficie, le case alle rocce vulcaniche, le isole resistono, Stromboli appare immensa e Strombolicchio è solo il fantasma di un vulcano eroso dal tempo.

Barche, case, sole, isole e onde sono gli attori di un racconto senza vincitori né vinti. Il teatro, la grande scena è invece un’altra: arcaica, remota, ancestrale. La terra, anche il più tenace basalto eoliano, è semplicemente un corpo, un frammento di tempo sospeso fra mare e cielo. Togo usa il blu senza guardare al dato reale: il mare è blu perché catalizza, trascina, avvince. E’ una massa centrale in cui l’uomo, prima ancora dell’artista, ha provato l’ebrezza del volo, dell’assenza di peso, della danza sospesa sull’abisso, dello sforzo titanico per raggiungere per un attimo lo scoglio del fondale prima di essere respinto verso la superficie, fatta di onde, di barche, di case lontane, d’isole che sembrano galleggiare. Il blu di Togo è l’elemento catalizzatore, è il corpo da accarezzare, il rifugio, il porto sicuro. Gli altri colori sono esperienza o ierofania, cioè manifestazione del sacro.

Togo dipinge evocando, racconta attraverso i pennelli con lo stesso schema che per una vita da incisore ha usato incidendo la lastra: lo spazio è definito, il rettangolo è una finestra, il vuoto attorno non lo interessa, guarda semplicemente fuori osservando, come in uno specchio, il paesaggio che gli sta dentro. Nascosto dietro il sorriso, incorniciato da un velo di barba, trattenuto dentro le mani, raccolto, vissuto, sedimentato, fatto proprio: l’universo dello Stretto brilla di colori cangianti nell’anima e nella memoria del maestro, gli occhi semplicemente colgono suggerimenti da un mondo ormai alieno; può essere la falda di un tetto, la luce di un lampione, un’ombra improvvisa: tutto si tramuta in riflesso, in isole e nel respiro del mare.

Togo usa quindi due blu: l’azzurro sotto la linea d’orizzonte e la sua assenza sopra. E’ l’osservatore che dipinge con l’immaginazione il cielo, perché tutto porta a sentirlo come tale: è la massima luce, la dominante che il resto della composizione riverbera. Non ha un segno pesante, tutt’altro; cerca le trasparenze, il cangiar colore e spesso con un colpo secco è diviso e contrapposto fra giorno e notte, tra luminoso e saturazione del colore. Sulla sua remota vicinanza il sole diventa personaggio, piccolo, tondo, materico, la cui presenza ancora più aiuta a sfondare la profondità del dipinto. Se ci concentriamo sui cieli di Togo, sentiamo spontanea l’esigenza di tornare col pensiero ai nostri arcobaleni, a quanto abbiamo visto guardando all’insù. E’ possibile che il nostro cielo sia semplicemente azzurro o blu, piatto e senza voce? E’ forse solo una convenzione, il nostro ricordo? L’infinito è trasparenza, la terra è ombra, il blu è leggerezza e libertà. Sulla terra il nostro corpo arranca, con fatica e senza grazia, il cielo non ci appartiene, il suo azzurro è un momento di quiete in attesa che qualcuno ci parli con un refolo di luce, violarlo è insensato, non sarà mai la nostra dimensione perché questa, invece, è azzurra. L’abisso, l’abbraccio, la leggerezza: il mondo d’acqua delle nostre origini.

23 Gennaio 2022

Massimiliano Reggiani

Massimiliano Reggiani, emiliano ma da anni in Sicilia, si è laureato in Giurisprudenza e in Filosofia a Parma, in Scenografia all’Accademia di Bologna. Considera la comunicazione visiva connaturata alla specie umana e cerca nell'arte il riflesso del continuo mutare di valori e culture. Scrive di linguaggi contemporanei sulla propria pagina Facebook Critica d’arte.

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